Domenica 24 Marzo 2019 | 11:52

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Solo un leader post-ideologico come Matteo Renzi poteva sbloccare lo stallo in cui si trovava il Partito democratico davanti alla prospettiva di aderire al Partito socialista europeo. L'anima post-democristiana del Pd non aveva nessuna intenzione di morire socialista, così come l'anima socialista del Pd non aveva alcuna intenzione di morire democristiana. Eppure è toccato proprio a Renzi, il cui curriculum comprende la guida del Partito popolare in quel di Firenze, completare un percorso europeo mai affrontato fino in fondo dai suoi predecessori piddini di estrazione post-comunista. Segno che solitamente in Italia i moderati fanno i radicali e i radicali agiscono da moderati.

Ma il Partito socialista europeo, cui va aggiunto il termine «democratico», non è una formazione dogmatica riconducibile a un unico verbo. Anche nell'eurosocialismo convivono ideologici e post-ideologici, quasi sempre divisi sul ruolo da attribuire allo Stato in economia e sul criterio per ripartire la ricchezza. Per la corrente più ideologica lo Stato è lo Stato, il livellatore delle disuguaglianze sociali attraverso lo strumento della leva fiscale. Per la corrente meno ideologica, invece, lo Stato, pur avendo come scopo la lotta alle disparità sociali, non ha come fine la guerra alla ricchezza, semmai la guerra alla povertà , secondo la celebre raccomandazione lasciata dalla buonanima del primo ministro svedese Olof Palme (1927-1986). Per decenni l'Europa socialista si poteva dipingere così: il socialismo democratico anglosassone operava nel solco dell'economia di mercato, con attenzione alla socialità , il socialismo democratico mediterraneo nel solco di un economia monopolizzata dallo Stato, con parecchie diffidenze verso l'iniziativa privata.

Col tempo questa rappresentazione duale è sfumata parecchio, ma ogni tanto riciccia, specie nelle fasi di magra economica. È in questi periodi che rispunta con forza il concetto di distribuzione o redistribuzione della ricchezza. I più impazienti sostengono che le crisi contribuiscono a esasperare le disuguaglianze sociali e come tali impongono interventi di riequilibrio da parte dello Stato. I più realisti obiettano che proprio durante le congiunture sfavorevoli è necessario riscoprire i benefici dell'accumulazione, premessa ineludibile per le successive politiche di distribuzione. I laburisti inglesi, storicamente campioni di pragmatismo e riformismo, hanno brevettato un neologismo che pur abbracciando la causa degli «accumulatori», l'hanno resa, sul piano linguistico-terminologico, assai più biodegradabile. La parola magica «predistribuzione». Traduzione: se non si predistribuisce, cioè se non si accumula, non si può distribuire. Tertium non datur.

A quale filone di pensiero appartiene Renzi, a quello dei predistributori o a quello dei distributori? A ripercorrere la sua storia, Lo-Renzi il Magnifico dovrebbe appartenere alla prima scuola. E anche ieri, intervenendo alla cerimonia d'ingresso del Pd nel Pse, ne ha dato conferma. Ai nostri figli, ha auspicato il premier italiano, va lasciato un Paese con i conti in ordine. Sottinteso: cercheremo di non farci maledire dai posteri per colpa dei nostri debiti, perché i debiti di oggi sono le tasse di domani. Finora il debito pubblico, che ha superato i duemila miliardi in cifre assolute e il 130 per cento nel rapporto con il Pil, ha trovato per strada improbabili avvocati difensori che ne hanno giustificato la salita inarrestabile chiamando in soccorso il principio della distribuzione e della battaglia per l'uguaglianza. E se un economista non liberista come Nino Andreatta (1928-2007) ricordava che l'interventista Cirino Pomicino aveva creato più disuguaglianze di Ronald Reagan (1911-2004) nessuno gli prestava ascolto. Invece era la realtà effettuale a dare ragione ad Andreatta. Le politiche distributive realizzate negli ultimi decenni, tramite il prelievo fiscale, sono sfociate in un colossale travaso di ricchezze dai cittadini allo Stato, o meglio dai ceti produttivi (lavoratori e imprenditori) ai ceti improduttivi (burocrazie e privilegiati vari). Non a caso le imprese piangono e i loro dipendenti rischiano il posto di lavoro, a differenza delle categorie più assistite.

Lo Stato, ogni anno, incamera attraverso le imposte quasi il 60 per cento della ricchezza prodotta. Se davvero questa cifra fosse stata destinata alla riduzione del divario sociale (compreso il divario storico Nord-Sud) il problema della povertà sarebbe stato archiviato da un pezzo. Invece, non solo il problema rimane, ma si è addirittura aggravato, visto che solo il 25 per cento della ricchezza prelevata dallo Stato viene utilizzata a sostegno dei più deboli, il grosso della somma infatti è intercettato dall'intermediazione politico- burocratica. Del resto, è sufficiente dare un'occhiata all'elenco dei veri campioni della rendita per accorgersi che la parte del leone viene recitata dagli emuli dei Mastrapasqua, vale a dire da coloro che fanno incetta di cariche e di potere burocratico.

Dunque. Bene Renzi quando si augura di lasciare alle future generazioni un Paese meno indebitato. Ma simili proclami necessitano di condotte conseguenti. Prima la predistribuzione, perché senza accumulazione si divide solo la miseria. Poi la distribuzione per imeno fortunati, a patto però che non si risolva in una beffa per il buon senso, e cioé che chi lavora deve continuare a mantenere un'abnorme fascia parassitaria. Chissà se è questo il nuovo modello cui guarda Renzi. Finora non è stato prodigo di dettagli.

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