Domenica 24 Marzo 2019 | 11:40

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di Michele Partipilo
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di Michele Partipilo

C’erano una volta le Aule parlamentari frequentate da personaggi del calibro di Giuseppe Verdi o Alessandro Manzoni. In tempi più vicini a noi da De Gasperi, Moro, Berlinguer, Pertini e ci fermiamo qui. Poi, arrivarono i leghisti: niente cravatta e molti gestacci. Quei luoghi così austeri apprezzarono anche le forme conturbanti e fasciate in abiti sgargianti di Cicciolina, così come videro allegri pic nic a base di pane e mortadella per festeggiare la caduta di Prodi. Da ultimi sono arrivati i grillini, con il loro armamentario di apriscatole e di simpatici cartelli. Insomma per quelle Aule che rappresentano gli italiani c’è passato davvero il meglio e il peggio del Belpaese. 
 

Ieri è stato il turno dei Matteo-boys. Ne sappiamo ancora poco, ma la «prima» del giuramento al Quirinale non è stata un esordio felice: i toni ministeriali hanno lasciato il passo a colori evidenti, stivali e mise un po’ sopra le righe. Da 48 ore abbiamo anche il Matteo-style parlamentare, che non è solo la mano in tasca ai pantaloni mentre annuncia ai senatori la loro eutanasia. Ieri alla Camera abbiamo avuto modo di scoprire qual è l’autentico Matteo-style, non quello delle apparenze e dei proclami, ma quello della «sostanza». C’era il banco del premier invaso da carte, tablet, telefonini, computer, giornali, tazzine di caffè e bicchieri d’aranciata. Con il titolare che si dimenava consultando internet, scrivendo tweet, rispondendo alle mail, mandando «pizzini», bevendo espresso o una premuta d’arancia. Il tavolo di un manager in un difficile Cda, non l’ordinato banco del premier cui da sempre eravamo abituati.

Ora, se il Capo fa questo nel giorno in cui chiede la fiducia ai deputati, è immaginabile che gli altri componenti il governo in futuro si sentiranno autorizzati a fare almeno altrettanto. Per cui possiamo già prefigurarci i banchi dell’esecutivo trasformati in tavoloni dirigenziali di una grande azienda. Tavoli che da soli testimoniano l’attivismo di questo governo giovane, moderno e sempre connesso.

Su questo «sempre connesso» si potrebbe dire molto. Per esempio del malcostume dilagante. In ogni occasione pubblica - incontri convegni, assemblee - c’è qualcuno che dal tavolo dei relatori parla e molti altri immersi nei tablet a fare chissà che di importante. Ma se uno ha altro da fare, perché partecipa allora a quella manifestazione? È deprimente per chi parla e inutile per chi avrebbe dovuto ascoltare. La risposta è banale: l’importante è esserci, non necessariamente ascoltare. La moderna civiltà dei computer e della connessione permanente sta producendo così la più grande comunità di parlanti e al tempo stesso la più grande comunità di non udenti.

La stessa sensazione è stata trasmessa ieri da quella presenza sul tavolo del premier di smartphone, tablet e telefonini vari: di fatto sdoganato il nuovo modello di lavoro parlamentare. C’è però da chiedersi: se il premier può comportarsi così alla Camera mentre si discutono le sue dichiarazioni programmatiche, uno di quegli insegnanti elogiati per il difficile lavoro nelle scuole avrà più l’autorità di impedire ai suoi studentelli di chattare in classe?

Seconda domanda. Pur accettando a malincuore l’idea di dover vivere connessi, ma Renzi, i ministri e tutti coloro che hanno compiti importanti nei confronti dei cittadini, quando trovano il tempo per aggiornarsi, per riflettere, per studiarsi le carte e le soluzioni ai problemi che dovrebbero risolvere? Anche ammettendo che l’uomo possa evolvere verso un’intelligenza multitasking (cioè che sa fare più cose contemporaneamente, un po’ come i computer), come si può leggere il rapporto di Bankitalia, rispondere a Vespa che t’invita a «Porta a Porta», mandare il «pizzino» a Di Majo e stare su Facebook?

In realtà la nostra mente è già ampiamente multitasking, nel senso che anche se ci sembra di compiere una sola azione - per esempio leggere - il nostro cervello ne governa altre decine: il respiro, il battito cardiaco, la temperatura, la memoria, l’equilibrio, la visione, l’udito e chissà quante altre. Allora diciamo che l’uomo, da sempre multitasking, si è scoperto tale solo nella gara col computer e in questa ossessione di legare le sue capacità alla quantità di «contatti» che riesce a gestire. In un contesto così Michelangelo, che come ha ricordato Crozza davanti agli accademici di Sanremo ha impiegato 10 anni per affrescare la Cappella Sistina, oggi realizzerebbe il suo capolavoro in qualche settimana o non riuscirebbe neppure a concepirlo, cioè a «vederlo» nella sua mente? Non a caso gli antichi greci, usarono lo stesso termine per indicare ciò che si vede e le idee. Cioè si sforzavano di andare alla radice delle cose, senza lasciarsi ingannare dalle apparenze.

Nei prossimi mesi forse troveremo risposta a qualcuna di queste domande. Nel frattempo ci teniamo pronti al dilagare del Matteo-style, più penetrante degli ormai stanchi maglioncini blu di Marchionne che - contrariamente allo stile Renzi - sono un’affermazione di potere («posso infrangere le regole del mondo economico») e non una questione d’immagine per marcare la differenza fra il vecchio e il nuovo. A Facebook l’ardua conferma.

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