Martedì 26 Marzo 2019 | 03:33

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Il pittore Andrea Filippetti e la poetessa Anna Santoliquido, entrambi lucani, organizzano per i prossimi giorni un ricordo di Rocco Di Poppa per il ventennale della sua scomparsa. Rocco se ne andò la sera del 22 febbraio 1994. Era del ’16, nato a Venosa e trasferitosi a Bari ai primi anni sessanta, durante quella migrazione di massa che la Riforma Fondiaria scatenò nel Mezzogiorno non soltanto in direzione del Nord. Era animato da una passione rabdomantica e l’Ente Irrigazione per il quale lavorava gli diede la possibilità di realizzare molti progetti di laghi artificiali, l’invenzione di un serbatoio impermeabilizzato su Monte Caccia e lo schema irriguo Basento-Bradano in Basilicata.
Si preoccupava nel tempo libero di organizzare gli incontri dell’associazione Famiglia Lucana ma perlopiù era in giro per campagne e colline proiettato dalla passione - lavoro della ricerca e canalizzazione delle acque. Perché l’acqua era l’aiuto concreto che si poteva offrire ai contadini e alle terre siccitose del materano e del barese. Il suo amore per la Lucania era incondizionato e nel 1975 prese corpo in una raccolta di versi che vinsero un premio organizzato dalle edizioni Terza Pagina di Rotonda, ”La mia terra”. “La gente della mia terra - scriveva - porta sul volto/cicatrici di miseria”. E di quella gente ricordava la protesta antifeudale nella piazza del paese, quando si levava “Una voce sola/la terra a chi la lavora”. La poesia allora era così, colloquiale e antiermetica, rivolta a un mondo contadino in lenta e difficile trasformazione e Di Poppa descriveva un paese fatto di rondini, di campane e di silenzi, un paese popolato di galline, cicale, pioppi, lumache, la fauna e la flora dell’altopiano di Venosa. Ricordava la notte in cui era morta la mamma quando “la cera delle candele/e il pallore tremulo/del lumino fumigante/ davano più angoscia al silenzio”. In una lettera a Carlo Levi, col quale la Lucania faceva allora i conti intellettuali e politici, gli ricordava che certamente Cristo non poteva essere venuto dal Nord, se il Cristo della chiesa è sinonimo di benessere e di ricchezza, valori mai giunti più giù di Eboli.
Due anni più tardi a Trebisacce vedevano la luce altre 31 poesie vincitrici del premio Riviera Jonica, “Orme di sole”. Rocco aveva avuto un ispiratore nel cugino Enzio Di Poppa Volture, un poeta che si era formato alla cultura dannunziana e del quale non siamo più tornati ad occuparci, ma ora da lui si allontanava. Ricordava la casa paterna così piccola da stare “nel palmo/di una mano”e dove “il sole entrava/ soltanto d’estate:/e si curvava per passare”ma osservava anche che l’universo era cambiato, che la catena di montaggio ha fatto sì che “se si smaglia un anello/tutta la vita si ferma/e si ferma anche il tempo/inchiodato a soli artificiali”.

MODERNITÀ - Era un po’ dentro la modernità e un po’ fuori, in quanto legato alla memoria e al passato, ma attento al grande esodo e alla vita di fabbrica. Arrivava il benessere ma con un peso considerevole,il costo del silenzio, dello spopolamento, degli emigranti, della nascita di un popolo che aspettava i cari lontani. Nel ’79 usciva “Controluce”, una raccolta premiata al concorso Città di Marigliano. I versi per i calanchi di Aliano richiamavano un poeta che fu sempre caro a Rocco, Leonardo Sinisgalli, ma spiegavano la ragione per cui egli scarpinava tra i luoghi deserti, portare erba e fiori dove c’era solo un destino di siccità. Descriveva nei versi Venosa, una città che gli si annunciava per il campanile,”Venosa,mia lucciola/tra mucchi di giorni spenti”, la città dell’infanzia “le serate trascorse con la luna,/gremite di giochi,/ tra i ruderi del Castelloàtra le rovinose scalate/alle vecchie mura della Trinità”.

E proprio a Venosa le edizioni Osanna di Antonio Vaccaro gli avrebbero pubblicato nel 1986 le quaranta poesie de “Il balcone della memoria”. Si aprivano con una lettera in versi,un peana per Sinisgalli “ogni incontro si colmava di ore/strappate al sonno./Le tue parole chiare/come acqua di fonte/cavalcavano spazi siderali”. Se diventava più complicato spostarsi per via dell’età, il balcone della memoria apriva ora al poeta spazi infiniti di colori e di luce. Si aprivano davanti alla mente i colli sparsi tra i fiumi Noce e Melandro, le mura di Acerenza.
E ancora Venosa gli accoglieva presso l’editrice Appia 2,nel 1990 “I sogni dell’anima”. La Basilicata che descriveva era quella fiaccata dal terremoto dell’80, la memoria di piazza Orazio,la casa dell’infanzia “la soglia di casa/luccica ancora di lacrime/nascoste tra le ciglia”. E’ una poesia memoriale, che celebra gli affetti familiari,le ombre lucane, i ricordi di gioventù e che non riesce più a suggere linfa dal presente. Lo stesso sentimento che cogliamo ormai nei versi di “Sulle ali del tempo” e poi di “Oltre l’azzurro” due raccolte edite da La Vallisa di Daniele Giancane nel 1992 e nel 1994. Qui sono versi per la nipotina Gemma, per la moglie, per la mammola secca che nelle pagine di un libro gli ricordano qualcosa e poi la constatazione del tempo che fugge e per le inquietudini dell’età, amara, “Cerco l’equilibrio della stagione/che avanza lentamente/ senza strappi né cordate. Forse non so invecchiare”.

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