Martedì 26 Marzo 2019 | 17:04

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Nei momenti di maggiore incertezza politica si guarda agli indici finanziari per capire se la strada imboccata sia quella giusta. Abbiamo imparato ad attribuire ai mercati un ruolo di moderno oracolo, quasi che gli analisti di Borsa abbiano una sensibilità soprannaturale per capire se valga la pena «scommettere» sull’Italia o no, puntare su Matteo Renzi o no. Ma proprio come per gli oracoli dell’epoca classica, anche lo spread, il pil o Piazza Affari possono rispondere in modo ambiguo. Spesso anche volutamente ambiguo. Esemplare la giornata di ieri. Col passare delle ore, nel corso della mattinata le dimissioni di Enrico Letta si sono accavallate con i dati europei e nazionali sul pil.
 

E dall’Istat è arrivata indubbiamente una buona notizia: per la prima volta dopo nove trimestri consecutivi con il segno meno, gli ultimi tre mesi del 2013 hanno consolidato un incremento rispetto al trimestre precedente. Per carità, un modesto +0,1% ma è la tendenza positiva a generare ottimismo. E infatti la borsa di Milano ha cominciato a correre più di tutte le altre in Europa, chiudendo a +1,62%. A ruota anche l’altra divinità finanziaria: lo spread è rimasto per quasi tutta la giornata sotto la soglia dei 200 punti e ha chiuso a 199,62. Insomma gli speculatori ieri hanno «creduto» all’Italia investendo nelle azioni delle sue aziende quotate e perfino nel suo debito pubblico, richiesto come un bene affidabile al punto da far scendere il tasso di interesse (è il meccanismo dello spread).

 

 

Dunque come interpretare l’oracolo della Borsa italiana? Bene Letta, che ha guidato il Paese al punto da far chiudere in modo meno disastroso il 2013? O per fortuna che Letta se n’è andato e ora crediamo talmente in Renzi da essere pronti ad investire nell’Italia? Lasciamo per un momento in sospeso la risposta.

 

Nel novembre del 2011 il governo Berlusconi fu decapitato dallo spread. Ieri era sotto i 200 punti, in quei giorni schizzò al massimo storico di 573 punti. Significava che gli investitori (italiani e stranieri) scappavano dal debito pubblico italiano e che il Tesoro pur di convincerli a non vendere i nostri titoli di Stato era disposto a riconoscere interessi sempre più alti. Un meccanismo che se non frenato avrebbe ridotto l’Italia sull’orlo della bancarotta, trascinando nel baratro l’intera Europa. Allora le forze al governo gridarono al complotto europeista antiberlusconiano, gli altri accusarono il governo di inaffidabilità rispecchiata nei mercati finanziari in subbuglio.

Anche in quell’occasione l’oracolo aveva parlato. Aveva ragione? Per un po’ sembrò di sì visto che il governo Monti ebbe un effetto camomilla, lo spread scese, la Borsa si riprese ma il Paese no. Il Paese reale è andato sempre peggio, come ha dimostrato il siluramento di Monti e l’avvento di Letta e il controgolpe di Renzi. Che ora ha tutto l’interesse a interpretare a suo favore gli indici di ieri.

E allora ecco la risposta lasciata in sospeso: forse la Borsa ieri ha «votato» per Renzi, visto che il +0,1% del pil nel quarto trimestre 2013 rispetto al precedente trimestre è sì un dato finalmente positivo ma in un disastro complessivo consolidato: il quarto trimestre 2013 fa registrare -0,8% sul pari periodo 2012 e il pil 2013 complessivamente è sceso dell’1,9% su un già disastrato 2012. C’è poco da esultare su questi dati peraltro già abbastanza consolidati e già ben noti negli ambienti finanziari. Tant’è che non hanno fatto fuochi d’artificio né la Borsa di Parigi (in Francia pil +0,3% nel quarto trimestre) né quella di Francoforte con i soliti numeri da fantascienza dell’economia tedesca. In Italia l’unica novità vera è Letta che fa le valige e lascia libero Palazzo Chigi per il governo Renzi. Ma il quasi ex sindaco di Firenze farebbe bene a non contare troppo sugli entusiasmi della finanza. Intanto perché qualche vecchia volpe di Borsa ridacchia: che Letta si sarebbe dimesso ieri mattina lo sapevano anche i sassi, dunque gli speculatori non hanno fatto altro che seguire la corrente e guadagnare un po’ di soldi facili, in maniera del tutto cinica e avulsa dalla realtà politica. E poi perché la Borsa (lo ha scoperto Letta, lo sa ancora meglio Monti) ti porta su e giù come una giostra impazzita. Ad inseguirne le logiche fino all’ultimo indice si rischia di dimenticare la responsabilità di governare, affidandosi agli aruspici come facevano gli imperatori al crepuscolo, ossessionati dagli oroscopi mentre Roma bruciava e i razziatori si arricchivano.

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