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di GIUSEPPE DE TOMASO
Quando durerà il governo che Matteo Renzi si prepara a formare? La domanda può apparire perfida e malandrina, ma da quasi 70 anni precede i battesimi di tutti gli esecutivi della Repubblica. Non fa eccezione il tentativo del putto di Firenze. Anche per lui si sprecano gli oroscopi. Durerà fino al 2018? Fino a ottobre 2014? Fino alle prossime elezioni europee? Fino al 2015?

Il Ragazzo è strainnamorato di se stesso. Si accinge a infrangere il primato di Benito Mussolini (1883-1945), che conquistò il timone del governo a soli 39 anni e tre mesi (il leader del Pd può fare meglio: ha appena 39 anni e un mese). Di sicuro Matteuccio punta a chiudere la legislatura (2018) dalla stanza dei bottoni di Palazzo Chigi, a meno che - come accade ad esempio in Inghilterra - non voglia approfittare, nei prossimi quattro anni, di un’eventuale fase di alta popolarità per capitalizzare anticipatamente nell’urna la luna di miele col Paese.

Renzi è il tipico prodotto del vivaio fiorentino, che ha offerto alla scienza politica due fuoriclasse del calibro di Niccolò Machiavelli (1469-1527) e Francesco Guicciardini (1483-1540), campioni di realismo, simboli di cinismo, teorici del potere metà leonino e metà volpino. Renzi ha sùbito appreso che la politica - per dirla con un suo eccelso predecessore alla guida di Firenze (Lorenzo il Magnifico, 1449-1492) - non si fa coi Pater Noster, e che gli alleati di oggi saranno gli avversari di domani, così come i nemici di ieri sono diventati gli amici di oggi.
 

Ergo, deve mettere in conto, il futuro premier, che gli sconfitti di oggi cercheranno di impallinarlo alla prima occasione utile, e che non sempre, nei safari tra i Palazzi, chi comanda fa la parte del cacciatore. A volta gli tocca il ruolo della preda.

La storia d’Italia non è prodiga di buoni auspìci per i capi di governo, quasi tutti uccellati dal fuoco amico, a cominciare dal dittatore di Predappio, castrato in tronco dal voltafaccia dei suoi gerarchi. Tutti i presidenti del Consiglio hanno trascorso più di metà del loro mandato a cercare di sopravvivere, a schivare le imboscate fuori e dentro le Camere. Tempo per governare ne hanno avuto pochissimo, come potrebbe testimoniare l’archivio della stampa italica.

Perché, allora, Renzi dovrebbe riuscire dove quasi tutti gli altri premier hanno fallito, ultimo Enrico Letta? La domanda non è peregrina. La maggioranza renziana sarà a un di presso il replay dell’alleanza lettiana, alquanto raccogliticcia. E poi, il sistema costituzionale non attribuisce all’esecutivo poteri incisivi, paragonabili a quelli dei governi di altre nazioni. Un’impresa disperata, quindi. Anche perché i conti pubblici inducono alla depressione, i padroni dell’Europa non sono certo propensi a fare beneficenza, e i soci della coalizione cominceranno a distinguersi e a prendere il largo a ogni previgilia elettorale, cioè due volte l’anno.

Nonostante tutto, però, Renzi dispone di una carta che pochissimi suoi antecessori hanno potuto giocare: la leadership del proprio partito. Fino a quando Renzi resisterà alle sirene di quanti gli chiederanno di lasciare la segreteria del Pd, il suo governo resterà in piedi. Non appena sarà costretto, o si convincerà a mollare la guida del partito, la sua squadra ministeriale entrerà in rianimazione senza fondate speranze di uscirne viva (politicamente, si capisce). Se la Merkel è la Merkel, se Blair (modello di Renzi) è stato Blair, la ragione è ed è stata una sola: il doppio incarico. Provate a togliere al premier inglese o alla cancelliera tedesca lo scettro dei rispettivi partiti: nel giro di poche ore la loro formazione diventerebbe più caotica e ingovernabile dello spogliatoio interista.

Si chiama sistema Westminster: leadership e premiership convivono nella stessa persona. Se ne giovò Alcide De Gasperi (1881-1954) nella Dc, anche se formalmente la conduzione dello scudo crociato era affidata a un fedele luogotenente dello statista trentino. Cercò di giovarsene Amintore Fanfani (1909-1999), ma in una notte (1959) il trainer aretino perse il triplete: oltre che premier e segretario dc era anche ministro degli Esteri. Se ne avvantaggiò Bettino Craxi (1934-2000), il cui governo durò quasi 4 anni grazie al ferreo controllo esercitato dal Cinghialone milanese sull’intera foresta socialista. Tentò di avvantaggiarsene Ciriaco De Mita, che resisté nel doppio incarico per quasi un anno (1988-1989). Ma non appena gli altri capicorrente gli sfilarono la segreteria di Piazza del Gesù, partì sùbito il conto alla rovescia per la fuoriuscita da Palazzo Chigi.

Romano Prodi sa cosa significa stare al governo senza dirigere il partito: un calvario quotidiano. Infatti. Lo sa anche Silvio Berlusconi, affezionato al doppio incarico più di quanto non lo fosse, o non lo sia, a Mediaset. Infatti ha soggiornato più di tutti nella dimora ipotecata adesso da Renzi.

Morale. Il doppio incarico è un ombrello indispensabile per ripararsi dalla pioggia. Guai a non utilizzarlo. Certo, il doppio incarico, da solo, non è sufficiente per ripararsi da un uragano. Ma questo è un altro discorso. Perché tira in ballo le scelte e i risultati dell’azione di governo. Ecco. Sotto questo aspetto, Renzi rimane un uovo di Pasqua. Non si sa ancora cosa contenga dentro.

Per ora, va ricordato al segretario-quasi-premier che, se potessero telefonargli, i saggi Machiavelli e Guicciardini gli consiglierebbero di difendere con le unghie il doppio incarico e che se qualcuno lo obbligasse a scegliere, lui, Renzi, farebbe meglio a optare per il partito. In Italia ci si salva così.

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