Martedì 26 Marzo 2019 | 02:52

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Cose mai viste. Anche negli anni della Prima Repubblica la lotta per il primato, tra il presidente del Consiglio e il segretario del partito di maggioranza relativa, sfociava spesso in un bollettino giornaliero di logoranti messaggi in codice. Ma era sufficiente un aggettivo più impertinente del solito per indurre il capo del governo a rassegnare le dimissioni e a cercare di pianificare sùbito la rivincita. Pur provenendo dalla nidiata democristiana, Enrico Letta non intende imitare i suoi lontani predecessori a Palazzo Chigi, che, appunto, mollavano lo scettro non appena i loro leader di partito manifestavano segnali di malumore sull’operato del governo.

Letta vuole vendere cara la pelle. Per varie ragioni.

La prima: il capo del governo non riesce a comprendere per quale ragione dovrebbe interrompere in anticipio la sua esperienza a Palazzo Chigi, visto che sul tavolo non si vede alcun programma alternativo alla sua agenda ministeriale.

La seconda: Letta è convinto di godere ancora del plauso dei suoi colleghi europei che, oltre ad aver apprezzato la sua padronanza dell’inglese e del francese, hanno avuto modo di elogiare la sua conoscenza dei dossier in discussione nei vertici internazionali. 

 

La terza: il premier è persuaso di non essere lui il principale obiettivo della campagna contro il governo, ma il presidente Giorgio Napolitano, che dell’attuale esecutivo è il padre putativo.

Non sappiamo dove approderà il braccio di ferro tra Enrico e Matteo, ma l’epilogo sembra scontato. Renzi è l’azionista di riferimento della maggioranza di governo, e se l’azionista principale toglie la fiducia al suo top manager, a quest’ultimo non rimane che alzare bandiera bianca.

Piuttosto, viene da chiedersi cosa abbia indotto il sindaco di Firenze ad accettare, o a ispirare, il pressing dei suoi fedelissimi per la conquista di Palazzo Chigi senza aspettare il lasciapassare elettorale. Le correnti di pensiero si sprecano, non foss’altro perché fino all’altro ieri Matteuccio escludeva senza subordinate di voler togliere lo sgabello all’«amico» Enrico prima del test nell’urna..

La tesi più convincente chiama in causa l’ambizione. Renzi è più ambizioso di un principe rinascimentale. Vuole bruciare le tappe, convinto com’è di possedere una marcia in più rispetto al resto della compagnia. Del resto, se nei prossimi giorni dovesse traslocare da Palazzo Vecchio (Firenze) a Palazzo Chigi (Roma) batterebbe di due mesi il primato nazionale di Benito Mussolini (1883-1945) che fu incaricato di formare il governo a soli 39 anni e tre mesi. Renzi ha festeggiato un mese addietro le sue prime 39 primavere. Se dovesse subentrare a Letta alla guida dell’esecutivo, precederebbe di due mesi il Duce nella classifica dei premier più precoci a partire dal 1861, anno dell’unità d’Italia. Può sembrare un’inezia civettuola potersi fregiare del titolo di premier più giovane della storia patria, ma i peccati di vanità per un politico sono addirittura più irresistibili dei peccati d’alcova. Renzi non fa eccezione. Ama piacersi più che piacere.

Dalla partecipazione ai quiz tv di Mike Bongiorno (1924-2009) alle primarie per la leadership democratica, tutta la vita di Renzi è una competizione a oltranza. E si può scommettere che, dopo aver provato l’emozione di occupare la scrivania che fu di Alcide De Gasperi (1881-1954), il baby-premier si metterà in testa altre idee baldanzose. In Italia e in Europa. Sì, perché il ragazzo è come la pallina di un flipper: non sta mai ferma. Ogni traguardo deve rappresentare per lui la postazione di lancio per altri più eccitanti obiettivi. Avesse fatto il giornalista, Renzi avrebbe gareggiato con Enrico Mentana per l’alloro di Mister Mitraglia, ma siccome ha fatto il politico la sua mitragliatrice verbale non può che lasciare più di una vittima (politicamente parlando) sul selciato.

La seconda tesi sul cambio di strategia renziana (dal no al sì all’appuntamento col governo) fa leva sulle prossime sfide elettorali. I sondaggi sulle votazioni europee del 25 maggio non sono certo, per l’ex rottamatore, un pugno nello stomaco, ma non sono neppure un preliminare d’amore. Silvio Berlusconi è in rimonta, e se dovesse proseguire il ping-pong polemico tra i duellanti Pd (Renzi e Letta), la rimonta del Cav potrebbe rivelarsi una doccia fredda per le aspettative del centrosinistra. Tanto vale, ragionano Renzi e i renziani, prendere in mano il timone della barca governativa e partecipare in prima persona, con un doppio o triplo incarico, alla prossima regata elettorale. L’effetto novità, cioè l’effetto luna di miele che assicura a tutti i nuovi primi ministro cento giorni di benevolenza da parte di alleati e avversari, dovrebbe produrre i suoi benefìci direttamente nell’urna. Evitando, così, per il Bambino fiorentino, sgradite sorprese.

Domande. Ma con quale maggioranza di governo il potenziale neopremier si getterebbe nell’arena del governo? E Napolitano, obiettivamente più debole, potrebbe assicurargli quella protezione assicurata, in questi anni, prima a Mario Monti e poi a Letta?

Evidentemente Renzi non se ne cura. Lui è cresciuto assai, come testimonia la sua fiorentinità politica più che geografica. Ma è rimasto Fonzie, o meglio il ragazzo rapido e sfrontato che si è cimentato in tv con la Ruota della Fortuna, ma che se avesse avuto qualche anno in più, si sarebbe precedentemente giocato un bel Montepremi a Rischiatutto, la trasmissione-simbolo dei grandi giocatori, adatta a lui come un giubbotto da stadio.

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