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Sarà la Costituzione più bella del mondo, ma finora la Carta fondamentale della Repubblica non è riuscita ad assicurare quel minimo di stabilità istituzionale e di convivenza tra poteri conosciuto in tutte le altre democrazie. Non è riuscita nell’intento di garantire la governabilità, perché oltre ad aver indebolito le funzioni del governo, la Costituzione ha attribuito al Capo dello Stato prerogative tutt’altro che notarili. L’uomo del Colle in Italia non ricopre una carica decorativa come accade per la Regina d’Inghilterra o per il presidente della Repubblica tedesca. Il Presidente italiano nomina il capo del governo e i ministri, presiede il Csm, è capo delle forze armate, e, soprattutto, nelle fasi di nebbia psicologica tra i leader dei partiti si trova inevitabilmente a interpretare il ruolo dell’arbitro, se non di mattatore alla Vittorio Gassman (1922-2000).
 Non stiamo scrivendo nulla di originale, anzi stiamo ridando un contributo alla riscoperta dell’acqua calda. Ma forse non è mai inutile ricordarlo. Più il Parlamento e il Governo arrancano, più il Quirinale si trasforma nel crocevia della politica italiana. Vogliamo dirla tutta? Se dovessimo attenerci alle tesi grilline che accusano Giorgio Napolitano di aver oltrepassato i limiti d’intervento assegnatigli dai Costituenti, dovremmo prendere atto che tutti, proprio tutti, i suoi predecessori avrebbero meritato l’impeachment, vale a dire la messa in stato d’accusa caldeggiata da settimane da Grillo nei confronti di Re Giorgio. Persino Luigi Einaudi (1874-1961), considerato da destra e sinistra il più ligio allo spirito e alla lettera della Costituzione, non avrebbe evitato le forche caudine pentastellate. Il presidente-economista piemontese, infatti, volle sempre riservarsi l’ultima parola sulla nomina del ministro del Tesoro, volle continuare a ispirare la politica monetaria della Banca d’Italia, volle scegliere in una circostanza (agosto 1953) il presidente del Consiglio - fu il caso di Giuseppe Pella (1902-1981) - contro le indicazioni della Dc, partito di maggioranza relativa.

Il successore di Einaudi, il dc Giovanni Gronchi (1887-1978), estese il suo pressing su scudo crociato e alleati fino al punto da inventarsi lui la soluzione di Fernando Tambroni (1901-1963), artefice di un esecutivo appoggiato dal Msi in contrasto con la segreteria democristiana. Idem Antonio Segni (1891-1972), anch’egli in pessimi rapporti con il leader dc Aldo Moro (1916-1978). Segni dal Quirinale spingeva per un governo di centro, Moro da Piazza del Gesù lavorava per il centrosinistra. Giuseppe Saragat (1898-1988) allargò a tal punto i confini presidenziali da stabilire lui, al momento di assegnare l’incarico per il nuovo governo, la formula (centrosinistra organico, ricordate?) cui avrebbe dovuto attenersi il presidente incaricato.

Pure Giovanni Leone (1908-2001) non agì da spettatore neutrale sulla postazione presidenziale. Senza il suo appoggio invisibile, Giulio Andreotti (1919-2013) non avrebbe mai potuto allestire un team ministeriale con i liberali di Giovanni Malagodi (1904-1991), dal momento che la maggioranza democristiana intendeva proseguire il cammino con il partito socialista.

E Sandro Pertini (1896-1990)? Il presidente più amato dagli italiani s’inventò prima il governo di Francesco Cossiga (1928-2010), poi di Giovanni Spadolini (1925-1994) e, infine di Bettino Craxi (1934-2000): tutte alchimie eterodosse rispetto alle indicazioni della segreteria dc, e stravaganti rispetto alle risultanze della verifica elettorale. Cossiga, poi, sfiorò di pochissimo impeachment e detronizzazione: lo si accusava di dare di matto, di picconare le istituzioni, di non voler rispettare il dettato costituzionale. Oscar Luigi Scalfaro (1918-2012) subentrò al tamburino sardo con le credenziali di garante assoluto della Carta. Si congedò, preceduto di poco da una biografia dal titolo dichiaratamente evocativo: Re della Repubblica. Nessuno, come Scalfaro, organizzò governi dal nulla, nominò premier e ministri entrando pesantemente in conflitto con il capo di uno schieramento politico. Carlo Azeglio Ciampi (1920) non emulò l’interventismo del suo predecessore, ma non fu neppure un manichino senz’anima. Su alcune decisioni, specie in campo economico, alzò spesso il telefono per dare o correggere la linea.

Napolitano (1925) è indubbiamente il Capo dello Stato più citato nella storia della Repubblica. Ma il suo protagonismo è figlio diretto e indiretto di una Costituzione congegnata per indebolire gli altri organismi della decisione. Logico che nei periodi di massima confusione o di crisi tracimante, il presidente della repubblica non resti con le mani in mano, ma da qui a dire che egli persegua scenari gollistici ne corre. Non è colpa di Napolitano se i governi balbettano, se i ministri con sono cloni di Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861), e se la crisi economica trascina anche le istituzioni. Non è colpa sua se i vuoti costituzionali esaltino la figura e il protagonismo del Capo dello Stato. Qualcuno deputato a decidere, sia pure sotto forma di supplente, ci dovrà essere. Altrimenti...

Ecco. Napolitano ha fatto il supplente più che il preside. Lo ha fatto perché la Costituzione non è chiara in merito ai suoi poteri di supplenza. O, se è chiara, prevede e permette l’interventismo del suo augusto custode. Tutto qui.

Più il governo e il parlamento sono deboli, più il Capo dello Stato è forte: lo vuole la Costituzione, come testimonia il magistero di tutti gli uomini del Colle dal 1948 ad oggi. Come si fa a dire che un Presidente protagonista violi la Costituzione, se la stessa Costituzione gliene offre il destro? Il resto è fuffa o, se preferite, la solita acqua fresca.

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