Martedì 26 Marzo 2019 | 23:51

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L’aumento della disoccupazione, in Italia, sembra direttamente proporzionale al tasso di abbandono della Penisola da parte dei gruppi industriali. Se persino la Ferrari, che insieme al Colosseo e a Pompei, costituisce il simbolo dell'Italia del mondo, ha attivato il turbo per portare all'estero gli utili legati all'utilizzo del marchio, significa che la situazione diventa sempre più grave e che Matteo Renzi ed Enrico Letta farebbero bene a concentrarsi sulla fuga di soldi e cervelli, anziché sfidarsi ogni giorno senza arrestare di un millimetro il declino. Gira e rigira, la questione centrale del Paese è sempre quella: un carico fiscale insopportabile persino per signori provvisti di spalle degne di Ercole.

Hai voglia di dire e ridire che bisogna impedire, con ogni mezzo, la corsa dei denari verso i paradisi fiscali. Se in una parte del mondo ci sono i paradisi, vuol dire che in altre zone si trovano gli inferni. Inferni fiscali. Come in Italia, terra attraente per gli evasori e punitiva per i legalitari, gli onesti che non frodano lo Stato. Da mesi Renzi invoca un cambio di passo del suo rivale Letta. Il presidente del Consiglio invita il segretario del Pd a prendersi le proprie responsabilità.

Domani o al più tardi martedì se ne saprà di più sulla sorte del governo e sul rapporto tra Renzi e Letta. Ma il batti-e-ribatti è più incalzante di Tutto il calcio minuto per minuto e si concentra soprattutto sulla materia elettorale, anche se un governo dovrebbe mantenere un profilo distaccato di fronte alla corrida sulle regole. Di economia, cioè delle misure per placare la crisi economica si parla più a Porta a Porta che nelle sedi naturali, forse perché la medicina necessaria per salvare la nazione resta, per la classe politica, più indigesta di una sciroppata amarissima. Anche Renzi, che pure si era affacciato sul proscenio nazionale al grido di abbassare le imposte, sembra aver dimenticato gli antichi proclami, preferendo la via del marketing anglofilo (jobs act) a indicazioni comprensibili da tutti.

Domanda. Il programma renziano è ancora quello di due anni addietro, o il rottamatore, oltre che i capi storici del Pd, ha rottamato da tempo anche l'obiettivo «meno tasse» promesso e proposto all'alba della sua corsa per la guida del Paese? Sarebbe opportuno che Renzi e Letta si confrontassero sulla possibilità (o no) di tagliare la spesa pubblica (condizione decisiva per potare la foresta tassaiola), anziché logorarsi a vicenda sull’ipote - tica staffetta a Palazzo Chigi (adesso o fra un anno). Di questo passo, a dispetto dei proclami per studiare dove ridurre le uscite di quattrini pubblici, il debito pubblico continuerà a salire all'infinito, trascinandosi dietro ulteriori pesanti sacchi di nuove entrate impositive. Altro che spending review: l'unica politica economica resterà quella di prelevare soldi dalle tasche di cittadini e imprese.

Renzi deve pronunciare parole chiare in proposito. Lui sostiene che il governo fa poco. E indubbiamente non ha torto. Ma Letta fa poco perché non collabora sul fronte delle regole istituzionali o perché è troppo timido sui temi dello sviluppo? A giudizio di Renzi, lo sviluppo lo determina lo Stato o l'impresa produttiva, quella non parassitaria? Ma se rimane l'impresa la principale genitrice di lavoro, è concepibile attendersi rialzi occupazionali con una tassazione reale attorno al 70%?

E ancora: Renzi propone il reddito di cittadinanza a sostegno di chi l'impiego non lo vede nemmeno col binocolo. Ok. Anche il super-liberista Federich von Hayek (1899-1992) non era ostile alla misura, a patto che non fossero intaccati i meccanismi del mercato. Ma Renzi dovrebbe indicare dove attingere le risorse per questo impegno vasto e ambizioso: dalla decimazione dell'apparato pubblico o da una nuova grandinata di tasse, la più micidiale delle quali si chiama patrimoniale sugli immobili? Davvero la cosiddetta rendita sulle case non produce lavoro? E chi dovremmo processare se la patrimoniale completasse il Grande Esodo di investitori e risparmiatori dall'Italia: il solito destino cinico e baro? All'estero già prevedono come finirà.

Siccome in Italia è più facile segnare un gol da 80 metri che chiudere un ufficio acclarato inutile da 50 anni, è presumibile che, anche grazie alla spinta degli altri partner europei, la nuova politica economica ricalcherà pari pari lo schema della vecchia politica: un'altra ondata di prelievi, la cui perla si chiamerà patrimoniale. Patrimoniale accompagnata da un giuramento solenne: è una misura eccezionale e straordinaria resa indispensabile dalla difficoltà delle finanze pubbliche. Identici giuramenti, in verità, erano stati scanditi anche in passato, per spiegare patrimoniali palesi e occulte. Ma successivamente è andata come è andata: altri incrementi di tasse, dopo nuovi balzi di spesa, sempre con l'assicurazione che sarebbe stata l'ultima volta.

Renzi farebbe bene a esprimersi con chiarezza in proposito, anche perché in Italia il partito unico della spesa pubblica è piu numeroso e insidioso persino del partito trasversale che sotto sotto si augurava l'immortalità del sistema elettorale denominato Porcellum. Ritiene anche lui, il leader Pd, come l'ex direttore di Confindustria, Innocenzo Cipolletta, che le tasse italiane non siano poi così elevate? E se è d'accordo con Cipolletta fin dove potrebbero o dovrebbero salire? Oppure Renzi pensa che la misura sia colma e che la più sicura politica industriale consista nella sforbiciata di tributi vessatori e di enti succhiasoldi? E se ragiona così dove pensa egli di fare cassa, al di là della solita proposta di risparmiare un miliardo abolendo Senato e Province? Un po’ poco, caro segretario, fermarsi qui. Non crede? Per dare la scossa allo Stivale, ci vorrebbe altro. Sta a lei cominciare a dirlo, e farlo.. Pena l'agonia irreversibile di un Paese ormai giunto alla fase terminale.

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