Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:18

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Il fanatismo della Rete non giova alla democrazia

di Giuseppe De Tomaso
Il fanatismo della Rete non giova alla democrazia
di GIUSEPPE DE TOMASO

La democrazia degli antichi era la democrazia diretta. La democrazia dei moderni è la democrazia indiretta. Beppe Grillo si è messo in testa un’idea meravigliosa (si fa per dire): tornare alla democrazia degli antichi, alla democrazia degli ateniesi, le cui decisioni venivano dibattute e prese nell’agorà, cioè nella piazza della capitale. L’agorà dei contemporanei si chiama Rete, il luogo ideale, secondo l’ex comico, per resuscitare la democrazia diretta. Ma il «costruttivismo» grillesco cozza contro la verità dei fatti.

Uno, nell’antica Grecia erano in pochissimi a possedere le credenziali per prendere parte al parlamentino pubblico: gli schiavi e le donne, ad esempio, non disponevano del diritto di voto. Due, anche nell’odierna Rete sono sempre una minoranza gli internauti politicizzati smaniosi di partecipare a quel referendum perpetuo che fa capo al movimento di Grillo. La stessa maggioranza della popolazione del web non è una frequentatrice seriale dell’agorà mediatica cara ai cinquestellati. Insomma, a dispetto delle apparenze e del tam tam teso a dimostrare il contrario, il voto in Rete resta di gran lunga più modesto (in termini numerici) del voto in cabina elettorale.

Ora. Far passare per democrazia compiuta e matura una democrazia minoritaria e immatura ha del paradossale. Ma in una nazione che ha fatto dell’ossimoro la sua cifra abituale, tutto è possibile. Sta di fatto che, libri di storia sul tavolino, la democrazia diretta versione agorà o la democrazia diretta versione internet, non solo presentano difetti tecnici di non poco conto, ma a ben vedere stanno alla democrazia come l’umiltà sta a Flavio Briatore.
L’agorà era un’assemblea permanente. Idem, oggi, la Rete. Ma l’assemblea continua sfocia sempre nell’assemblearismo inconcludente.

Non è necessario scomodare i testi classici sulla psicologia delle folle per sapere che le piazze aiutano poco o punto le riflessioni razionali, essendo invece i fertilizzanti più efficaci delle pulsioni irrazionali. E la storia dell’uomo sta a dimostrare che le democrazie non muoiono per astinenza di passioni, semmai per overdose di esaltazioni, eccitazioni e furori vari. Il fanatismo da agorà o da Rete non è una virtù, semmai un pericolo incombente per la libertà di tutti.

Se le guerre, perlomeno nell’Occidente, si sono rarefatte negli ultimi decenni, la causa va ricercata nell’apertura degli scambi commerciali e nel radicamento delle democrazie rappresentative, che saranno, come sottolineava Winston Churchill (1874-1965), il peggiore dei sistemi, ma non se ne conoscono modelli migliori. Le democrazie rappresentative sono una sorta di bromuro per gli spiriti più accesi. Agevolano la ponderazione, migliorano la discussione, possiedono gli anticorpi contro le metastasi illiberali. Intendiamoci: i peccati delle democrazie rappresentative sono sotto gli occhi di tutti e, spesso, sono più scandalosi dei diversivi di Messalina, ma se il potere è corruzione, il potere assoluto è corruzione assoluta. E la democrazia diretta, per la sua incompatibilità con il pensiero razionale, costituisce l’anticamera del potere assoluto.

La Rete sta alla politica come una cloaca sta ai rifiuti. Chi vuole vomitare il peggio del suo repertorio da caserma o da ritrovo portuale, sa dove andare. Chi vuole attaccare il nemico senza nutrire il minimo dubbio sulle argomentazioni del suo bersaglio, sa cosa fare. Chi vuole massacrare un antagonista a colpi di allusioni becere, sa quali tasti pigiare. La Rete sarà una bella conquista perché ha accorciato le distanze tra le persone e ha moltiplicato le opportunità di apprendimento, ma se utilizzata - come purtoppo accade - con le viscere, anziché con il cervello, si trasforma in una discarica immateriale più maleodorante della discarica materiale di Malagrotta, vicino Roma. Gli insulti sessisti contro la presidente della Camera, il repertorio da osteria contro chiunque capiti a tiro, sono la conseguenza naturale dell’esasperazione della moderna democrazia diretta. E quando una nazione distrugge la sua prima infrastruttura, il suo più prezioso giacimento culturale, che è il linguaggio, o meglio il rispetto della lingua, il suo futuro è pregiudicato. Perché insulto chiamerà insulto, calunnia richiamerà calunnia, turpiloquio attirerà turpiloquio.

Si dirà: anche in passato lo scontro politico non era materia per dame di San Vincenzo. Spesso volavano parole grosse, e non solo parole. Vero. Ma la degenerazione terminologica da suburra era l’ecce zione, non la regola elevata a sistema, come adesso. Se oggi persino nelle trasmissioni televisive in fascia protetta va in onda un blob di discorsi, ragionamenti e immagini da bordello, significa che la competizione al ribasso ha fatto ulteriori passi in avanti. E chi o cosa, se non la Rete elevata a tempio, a vangelo della verità, da Grillo e amici, ha prodotto questa mutazione antropologica, questo smiracolo all’italiana? Finale.

La democrazia diretta non è la soluzione di un sistema malato, semmai è la dose tossica che ne accelera l’eutanasia. Non foss’altro che per approfondire, esaminare questioni complesse che non tutti possno conoscere, la democrazia indiretta si rivela, nonostante le sue enormi magagne, preferibile a quella diretta. Invece, va di moda decantare le qualità della democrazia internettiana, sulla falsariga della nostalgia per la democrazia ateniese. Una sbornia collettiva, che comincia dalla corruzione del linguaggio e che può finire con la devastazione della democrazia tout court . Un film già visto nei secoli scorsi. Purtoppo.

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