Martedì 26 Marzo 2019 | 03:58

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Allora. L’esperienza insegna che nulla è più imprevedibile della politica italiana. Figuriamoci quali sorprese potrebbe riservare un mega- accordo sulla legge elettorale. Certo, la riforma-bis partorita ieri può vantare il sostegno di Matteo Renzi, Silvio Berlusconi e Angelino Alfano, il che non è poco. Ma la storia parlamentare italica è costellata da tali imboscate e tranelli, dietrofront e colpi di scena, da rendere incerto l’esito di una gara politica persino a un metro dal traguardo. Anche il cosiddetto Italicum, nome di battesimo sgradito ai più tanto è vero che è scattato quasi un concorso per premiare una definizione più felice, è candidato a subire il medesimo calvario, con buona pace dei facili ottimismi proclamati in questi giorni.

Certo, l’ultimo compromesso, siglato al novantesimo minuto, somiglia a una specie di definitiva quadratura del cerchio. Inoltre, va messa sul piatto della bilancia la moral suasion che eserciterà il Presidente della Repubblica, il principale tifoso delle modifiche elettorali e istituzionali. Ma il clima politico rimane più insidioso di un tuffo in un mare di squali. Matteo Renzi è il giocatore che rischia di più nella partita per le riforme. Non solo dorme insieme col telefonino, tanto è coinvolto nell’azione di pressing per il raggiungimento dell’obiettivo. Ma è convinto che solo grazie a un sistema istituzionale-politico rinnovato sarà più semplice approvare quelle leggi in grado di dare ossigeno all’economia, semplificare il mercato del lavoro e sburocratizzare la vita di imprese e cittadini. Renzi è persuaso che una buona legge elettorale valga più di una decente legge finanziaria. Il che è verosimile. A patto però che davvero il legislatore vari regole del voto migliori di quelle precedenti. Il che non è automatico. Anzi.

Riavvolgiamo il nastro. Le leggi elettorali sono un concentrato di contraddizioni. Soprattutto in materia di votazioni non esiste una legge perfetta, tanto che sembra scritta oggi quella massima del cancelliere tedesco Otto von Bismarck (1815-1898), secondo cui le leggi sono come le salsicce, nessuno sa cosa c’è dentro. Ci si salva scegliendo il male minore, essendo impossibile ambire all’ottimo. Il male minore, ad esempio, può essere il collegio uninominale all’inglese, che consente di scegliere il proprio rappresentante senza dover ricorrere alla lotteria delle preferenze, sconsigliate dagli economisti attenti al rigore della spesa pubblica e da tutte le commissioni d’indagine e di studio sui fenomeni mafiosi. Ma l’Italia è l’Italia, una nazione autocondannata a complicarsi l’esistenza. Il testo che suggella la «profonda sintonia» tra Renzi e Berlusconi si fonda sulla convinzione che la stabilità e la governabilità di un Paese dipendano dalla forma del voto, non già dalla forma di governo. In altri termini: una legge elettorale orientata al bipolarismo genera simmetricamente un sistema politico, in buona sostanza, bipolare. Ma è davvero così? Il caso italiano sta a testimoniare che il bipolarismo non deriva dal modello di voto, semmai dal modello di governo. Anche il Mattarellum (sperimentato nelle politiche1994, 1996 e 2001) era un meccanismo elettorale maggioritario- bipolare, eppure la navigazione dei governi in quella fascia temporale era più accidentata dell’ultimo miglio del Titanic (senza considerare poi l’e l evat o numero di scambisti tra uno schieramento e un altro). Infatti, nonostante l’avvento di videoleadership in grado di calamitare su di sé l’attenzione dei votanti, gli inquilini di Palazzo Chigi trascorrevano più tempo a schivare gli sgambetti da parte dei vicini di posto che a portare avanti il programma della maggioranza. La debolezza istituzionale del presidente del Consiglio era e rimane troppo intrinseca al sistema per essere superata da una legge elettorale teoricamente adatta a favorire la governabilità. Infatti, i governi cadevano ugualmente, anche se non con la frequenza registrata durante la Prima Repubblica. Ora. I sistemi elettorali e istituzionali di Regioni, Comuni e Province sono diversi tra loro.

Ma condividono un elemento: l’elezione diretta del governatore, del presidente e del sindaco. Non a caso, pur con modelli differenti, nelle Regioni, nei Comuni e nelle Province, il bipolarismo è assicurato e nessuno rimpiange, prima e dopo il voto, la frammentazione della rappresentanza, che sarebbe una peculiarità del Belpaese, come le Alpi, il Colosseo e Sophia Loren. Ecco perché anche un’anima semplice potrebbe chiedersi (e darsi marzullianamente la risposta) per quale ragione, o per quale contraddizione, il bipolarismo funzioni negli enti locali e non a livello nazionale. Già, come mai succede, visto che gli italiani chiamati alle urne sono sempre gli stessi? Accade perchè il bipolarismo è legato, appunto, più alla forma di governo che alla forma di voto. Altro che vocazione italica al multipartitismo compulsivo.

L’impressione è che il tandem Renzi- Berlusconi (soprattutto il primo) pagherà cara la priorità data alla forma di voto rispetto alla forma di governo. La pagherà cara perché nulla potrà ostacolare, all’indomani delle eventuali prossime elezioni, fissate secondo le regole dell’Italicum, il viavai di parlamentari e la formazione di gruppi e sottogruppi intenti a minare il bipolarismo. Naturalmente, dopo il flop, si tornerà a ripetere che il bipolarismo è un disastro, che l’Italia è una terra multicolore, e che tanto vale tornare alla proporzionale pura, già sdoganata dalla Corte Costituzionale. Ma nessuno risponderà alla domanda chiave: perché non estendere anche a livello centrale la forma di governo in auge nelle amministrazioni locali? Già, perché? Un mistero.

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