Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:52

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Hanno detto di lui che «parlava con la musica» e non c’è forse complimento più grande che si possa fare a un interprete. Perché Claudio Abbado non era solo un direttore d’orchestra di livello internazionale, ma anche e soprattutto un interprete attento e raffinato, consapevole del fatto che quella di promuovere l’arte dei suoni fosse una missione per il benessere dell’animo umano, prim’ancora che per l’appagamento intellettuale.

Aperto e disponibile, non negava il suo carisma a nessuno, ma al tempo stesso era schivo, poco amante delle «esternazioni» extramusicali e invece costantemente preso da due principali obiettivi.

Quelli di educare i giovani alla musica e di promuovere il repertorio moderno, campo quest’ultimo nel quale aveva più volte raggiunto una singolare sintonia col suo amico e collega Maurizio Pollini, col quale aveva condiviso non solo gli interessi per l’avanguardia, ma anche l’impegno politico, dimostrando negli «anni caldi» dopo il ‘68 come si potesse essere di sinistra senza «tirare calci» alle istituzioni.

Le sue interpretazioni discografiche, i suoi concerti, erano la testimonianza di come la direzione d’orchestra non vada mai intesa come un’attività da protagonista, magari condita da gestualità coreografiche, ma come un ideale sacerdozio laico. Per lui la filologia era una stella polare da seguire navigando nel mondo dei suoni, alla ricerca della loro purezza, di quegli intimi significati che talvolta non sono scritti in maniera evidente nelle partiture, ma che pure ci sono e che solo gli animi eletti possono cogliere per trasmetterli al prossimo.

In questo senso, come ha ricordato ieri Riccardo Muti, suo illustre collega, Abbado «per molti decenni ha segnato la storia della direzione d’orchestra e dell’interpretazione musicale nelle istituzioni internazionali». Non a caso, la sua longeva direzione musicale alla Scala di Milano, dal 1968 al 1986, ha lasciato un segno indelebile, così come indelebile era rimasta la stima nutrita dai nei suoi confronti dai Berliner Philharmoniker, che guidò dal 1989 al 2002, succedendo alla «leggenda» Karajan, sottoponendosi alla dura regola della celebre orchestra tedesca: il voto all’unanimità dei musicisti stessi.

Personaggio unico, quasi ascetico nel proprio amore per la musica, aveva fondato numerose orchestre giovanili, dedicando tutto se stesso a questa attività, che non aveva mai interrotto, nemmeno nei momenti più difficili della malattia che lo stava consumando, ma della quale egli stesso diceva che gli avesse fatto capire «cosa è importante». Nell’agosto dell’anno scorso, il presidente della Repubblica Napolitano lo aveva nominato senatore a vita, a riconoscimento del suo impegno per la diffusione della cultura italiana nel mondo. Troppo tardi forse perché Abbado potesse portare a Palazzo Madama il proprio bagaglio di esperienza e la propria profonda umanità: le cattive condizioni di salute gli avevano impedito di intervenire anche alla cerimonia ufficiale di insediamento, insieme con gli altri colleghi (tra cui l’amico Renzo Piano). E però, anche in quel caso, aveva saputo dare un esempio a distanza, devolvendo il proprio stipendio da parlamentare a favore della Scuola di Musica di Fiesole affinché lo utilizzasse per istituire borse di studio a favore degli studenti più meritevoli. A forza di parlare con quella musica che «non ha bisogno di parole per esprimere ciò che le parole non possono dire», aveva capito quale fosse l’importanza dei gesti.

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