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La rivoluzione dolce di papa Francesco

di Onofrio Pagone
La rivoluzione dolce di papa Francesco
di ONOFRIO PAGONE

Niente più è come prima nella Chiesa di Bergoglio. La rivoluzione dolce cui questo papa ci sta educando dimostra che niente è scontato nella pastorale pontificia e soprattutto nulla rimane sempre uguale a se stesso solo perché è sempre stato così. La Chiesa del «luogo comune» è altra cosa dalla Chiesa di Francesco, papa ormai platealmente libero nelle sue scelte, lontano dai condizionamenti di Curia e dal «si è sempre fatto così», metodo da lui stesso stigmatizzato. La Chiesa di Francesco sta cambiando. In soli dieci mesi è già profondamente trasformata nel metodo e negli obiettivi pastorali: l’attenzione ai poveri e agli ultimi è sempre più evidente. Ma sta cambiando anche nella organizzazione strutturale e la nomina di sedici nuovi cardinali risponde a queste rinnovate esigenze organizzative.

Il Collegio cardinalizio è sempre meno eurocentrico e sempre più internazionale; sempre meno curiale e più aperto alle diocesi: la conferma è nel fatto che tra le nuove porpore solo quattro sono esponenti di Curia romana, mentre dodici sono i vescovi «residenziali », cioé i pastori sul campo. Ma non basta. Lo stesso Francesco durante l’Angelus, annunciando le nuove nomine, ha voluto sottolineare che i nuovi cardinali appartengono a dodici nazioni di ogni parte del mondo che «rappresentano il profondo rapporto ecclesiale tra la Chiesa di Roma e le altre Chiese sparse per il mondo».

E così si spiega perché i dodici nuovi cardinali diocesani siano tre dell’America del Nord e Centrale, tre dell’America del Sud, due dell’Africa, due dell’Asia e due - solo due - dell’Europa. Tra i due europei c’è un italiano, il quale è stato scelto tra i vescovi in carica ma non di una sede tradizionalmente cardinalizia. È stato promosso infatti il vescovo di Perugia, Gualtiero Bassetti, mentre sono rimasti senza porpora gli arcivescovi di Torino e Venezia, due sedi cardinalizie «per tradizione». Niente più è come prima nella Chiesa di Francesco, e questo fa bene alla Chiesa. Fa bene per esempio l’onore della porpora a un emerito come mons. Loris Capovilla, storico segretario di papa Roncalli, del quale è custode della memoria, che ha 98 anni ed è tra i più alti predicatori della «Chiesa dei poveri».

Questo cambio di passo del pontefice rispetto alle periferie fa bene anche alle periferie della Chiesa. Nessuno mai ad Haiti fino a ieri si sarebbe aspettato tanta considerazione da parte del Vaticano, e invece il papa ha voluto un cardinale proprio di Les Cayes, come ha voluto la porpora per i vescovi di Cotabato nelle Filippine, di Abidjan in Costa d’Avorio, di Managua in Nicaragua, per il vescovo brasiliano di Rio de Janeiro e anche quello di Seoul in Corea e di Santiago del Cile. Una rivoluzione, appunto. Le sedi cardinalizie «per tradizione» nell’ Italia meridionale sono quelle di Napoli e di Palermo. Poi basta. Storicamente la Chiesa non ha voluto «principi» nelle altre diocesi meridionali, così come la Conferenza episcopale non ha mai incoraggiato la «carriera» di vescovi meridionali pur devoti e capaci sotto il profilo pastorale.
La Chiesa meridionale peraltro esprime santità anche attraverso taluni suoi esponenti di vertice negli ordini religiosi: i francescani, i domenicani, i benedettini soprattutto. L’attenzione del papa alla fede più che al potere delle diocesi è un elemento di peculiare innovazione. Lo stesso Francesco lo aveva dichiarato il 21 settembre scorso in udienza: «Il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato». Una dichiarazione che è diventata un programma pastorale. Questa rivoluzione dolce del papa fa bene alla Chiesa e ne cambia la geografia nel Collegio cardinalizio. Ma più di tutto, questa rivoluzione fa bene ai fedeli.

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