La strage dimenticata del treno a Balvano

di MIMMO SAMMARTINO
Sono trascorsi settant’anni dal più grande disastro ferroviario di cui si è saputo. Quello che avvenne nella notte fra il 2 e il 3 marzo nella galleria delle Armi fra Balvano e Bella-Muro. Sul maledetto treno 8017, che si bloccò nel tunnel, morirono avvelenati nel sonno, centinaia di poveracci. Forse 520. Forse 600. Molti di loro, che viaggiavano clandestinamente in cerca di scambi e contrabbandi per mitigare i morsi della fame e la miseria che la guerra aveva seminato, rimasero senza nome.


Civili ignoti allineati sulla banchina della stazione di Balvano, poi ammassati in quattro fosse comuni nel cimitero del paese. Per quelle morti non ci furono colpevoli. Non si è mai spiegato perché le rotaie scivolarono sui binari in galleria, perché si piantò nel tunnel, perché il Comando Alleato lo aveva dotato di carbone scadente. A 91 anni il ricordo di quella tragedia viene raccontato da un testimone diretto: Luigi Quaratino era telegrafista di turno a Potenza.
 

Quanti furono davvero i morti di quella tragedia della «galleria delle Armi», fra Balvano e Bella Muro, in provincia di Potenza, la più grande sciagura ferroviaria mai avvenuta? Furono 500? 600? E quanti furono i povericristi che, senza nemmeno la dignità del nome, vennero prima allineati sulla banchina della stazione di Balvano e poi ammassati in quattro fosse comuni nel piccolo cimitero del paese lucano che non avrebbe avuto nemmeno terra a sufficienza per seppellire, uno a uno, tutti quei disperati?

A 70 anni da quell’apocalisse non c’è ancora una risposta certa. Così come manca una parola definitiva sul perché accadde quel disastro la notte fra il 2 e il 3 marzo del 1944. Ma soprattutto perché tutto fu messo a tacere? Le spiegazioni ufficiali si prodigarono più nell’impegno a minimizzare, ad aiutare a dimenticare, a scaricare le colpe sulle «ultime ruote del carro»: sui capistazione di Balvano e Bella-Muro (non avrebbero accertato subito la posizione del treno quando fu evidente il suo ritardo sulla tabella di marcia); sui macchinisti (sospettati di non aver regolato adeguatamente le sabbiere che avrebbero potuto evitare lo slittamento delle ruote del treno). Ma la verità è che i ritardi, anche allora, erano la norma e nessuno degli operatori ferroviari avrebbe avuto la possibilità di assumere decisioni su un treno che era sottoposto direttamente alla potestà del Comando Alleato. Così si addebitò la sciagura a «cause di forza maggiore». La Commissione parlamentare, chiamata a fare chiarezza sottolineò «una combinazione di cause materiali, quali la densa nebbia, foschia atmosferica, mancanza completa di vento, che non ha mantenuto la naturale ventilazione della galleria, rotaie umide, ecc., cause che malauguratamente si sono presentate tutte insieme e in rapida successione». Il treno era «scivolato» sulle rotaie. E in quella galleria-trappola, erano morti ferrovieri e «clandestini». Così definirono tutti i viaggiatori, anche se c’erano quelli in possesso di regolare biglietto. Comunque, per quella tragedia, nessun responsabile fu individuato.

Non una parola su quelli che, da allora, sono rimasti i grandi sospetti. Non c’era solo un treno sovraccarico di persone (oltre 600 anime) che si arrangiavano come potevano, ammassati su vagoni, ritirate, respingenti: tanti si recavano nei paesi di montagna per scambiare caffé e cioccolata degli americani con beni di prima necessità, per mitigare la fame. Alcuni di loro riuscirono a ottenere un risarcimento assimilato a quello delle vittime di guerra: ma solo dopo più di 15 anni dalla tragedia.

I 47 vagoni del treno si erano piantati tutti (tranne un paio) in quella galleria lunga 1.692 metri, per quella maledetta pendenza (13%) forse anche per quella insolita disposizione delle due locomotive (entrambe in testa e non una in testa e l’altra in coda). Forse per comandi contrastati: tutta avanti e tutta indietro. Ma soprattutto si glissò su quel carbone di qualità scadente che era stato fornito dagli Alleati. Quei morti, avvelenati nel sonno dal monossido, erano poveracci del Sud. Senza nome e senza fortuna. Valevano meno di un sacco di carbone.

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