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Per decenni, in Italia, governi e industriali non si erano pestati i piedi. Quando i governi assecondavano i sindacati, gli industriali si consolavano con puntuali leggine «ad hoc». E quando i governi aumentavano le tasse per le imprese, gli imprenditori si rifacevano con una serie di agevolazioni tipiche di un Paese sostanzialmente corporativo. Il top della concertazione che metteva d’accordo governo, sindacati e Confindustria si chiamava e si chiama tuttora «politica industriale». Nata con l’obiettivo di indicare i settori meritevoli di attenzioni e investimenti (anche se è da presuntuosi conoscere in anticipo le tendenze del mercato), la cosiddetta «politica industriale» ha sùbito gettato la maschera, contraddicendo il suo spirito originario. Anziché, laboratorio di idee e iniziative per fronteggiare la concorrenza internazionale, la «politica industriale» si è rivelata la più collaudata raffineria di incentivi, sconti, mance a cascata che si conosca. In una parola: è il sistema più utilizzato per ripagare le imprese in caso di accordi sindacali particolarmente onerosi. Diversamente dal telesceneggiato Incantesimo, la storia non poteva durare all’infinito. I costi delle intese tra imprese e sindacati non potevano continuare a ricadere sulla fiscalità generale, cioè nel portafogli dei contribuenti, tra cui le imprese stesse.

Infatti l’incantesimo governo-industriali si è rotto, un po’ come si è rotto, pare, l’idillio tra Messi e il Barcellona.
 

Finora la Confindustria, che Alcide De Gasperi (1881-1954) definiva il Quarto Partito (denominazione politologica che anticiperà di lustri la dizione, più fortunata, di Poteri Forti), non aveva mai osato attaccare frontalmente nessun esecutivo, in ossequio alla machiavellica raccomandazione del fondatore della Fiat, Giovanni Agnelli (1866-1945): «I governi passano, i governativi restano». La tradizione si è interrotta l’altro ieri, con le parole al veleno pronunciate dal presidente della Confindustria e con i risentiti articoli del quotidiano di riferimento delle imprese italiane. La Confindustria si aspettava di più dalla legge di stabilità, si aspettava un cambio di passo del governo sulla riduzione della spesa pubblica e sul calo della pressione impositiva. Viceversa ha assistito al replay delle vetuste leggi finanziarie, quando si cercava di quadrare il cerchio, accontentando questo e quello, ma scontentando l’intera platea dei contribuenti. Stavolta, però, all’incremento della tassazione non ha fatto da contraltare neppure un robusto programma di incentivi. Per cui, se il Sud piange, il Nord industriale non ride. Anzi, non ha mai sofferto come adesso.

Letta ha messo le mani avanti: non sono Babbo Natale, se dovessi dire sì a tutti porterei l’Italia alla bancarotta. Giusto. Il peso e il valore di un leader si misurano dai «no», non dai «sì», che pronuncia. Più «no» dice un uomo di governo, più si rivela carismatico e più gli serberanno gratitudine le future generazioni. Un po’ come avviene nelle famiglie normali: il più generoso, il più solidale verso i figli non è colui che li vizia a colpi di «sì», ma colui che favorisce la crescita della loro personalità e si preoccupa di tutelare la loro futura proprietà. Un genitore che si riempie di debiti sarà quasi maledetto dai suoi eredi, che scopriranno in lui un tassatore insospettabile, più inflessibile dello Stato.

Letta avrebbe dovuto utilizzare l’accetta. Sia perché è inconcepibile, anche se la classe politica non ci fa caso, che la tassazione debba lievitare a oltranza, sia perché - se non lo faranno gli italiani - saranno gli stranieri (leggi i commissari del Fondo Monetario Internazionale) a imporre alla Penisola una cura da cavallo, forse persino più incisiva di quella applicata in Grecia. Altro che senso di responsabilità nazionale. Pare che ovunque persista la voglia matta di spendere e spandere, di arraffare anche i centesimi, pur di garantirsi un treno di vita da moderno feudatario. In Abruzzo, un ex assessore utilizzava i soldi pubblici per convegni amorosi nella Capitale con la sua segreteria. In Puglia i consorzi di bonifica sono un pozzo senza fondo (per le tasche dei cittadini). Dappertutto, al centro, nelle Regioni e i periferia, la religione dominante sembra quella di garantire alla Casta, alle corporazioni, alle clientele e ai feudi locali i privilegi accumulati in questi anni. Persino il de profundis delle Province, la cui eutanasia è auspicata dal 99% della popolazione, incontra mille rinvii, tanto che la soluzione già si delinea. Ed è quella del Gattopardo: cambiare tutto perché nulla cambi. Altro che soppressione dell’ente intermedio tra Regione e Comune. Alcune Province si chiameranno aree metropolitane, altre verranno ribattezzate aree vaste, altre ancora chissà, la fantasia italica in materia è leggendaria.

Ma questo andazzo, tra cinismo e incoscienza, sta per giungere al punto di non ritorno. Le famiglie regrediscono, le imprese pure, le stesse banche - ritenute le beneficiarie della crisi - arrancano perché il sistema economico non si regge in piedi. In situazioni simili, in passato, si scatenava l’inferno. Non solo nelle piazze. Stavolta ci toccherà affidare il nostro futuro a una troika del Fondo Monetario, nella speranza che il solito vincolo esterno riesca a realizzare il miracolo della resurrezione. Ma, prima, saranno dolori da abbattere un toro.


 

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