Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:58

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Prima o poi i soldi degli altri finiscono

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Prima o poi i soldi degli altri finiscono

di GIUSEPPE DE TOMASO
La questione italiana non è l’Europa. E neppure la globalizzazione. E nemmeno il sistema elettorale. Il peccato originale del Belpaese è il rapporto perverso tra spesa pubblica e reddito nazionale, ormai approdato alla mostruosa cifra del 55%. Tutti gli altri peccati - dalla decrescita produttiva sino alla rivolta dei forconi - derivano dall’imponente prelievo di risparmio privato destinato ad alimentare una spesa pubblica fuori controllo. Persino la questione morale è figlia indiretta di questo gigantesco Grande Fratello fiscale, visto che lo statalismo costituisce il principale concime della corruzione endemica.

Cresce l’attesa per le riforme istituzionali ed economiche che la diarchia Letta-Renzi proporrà agli italiani nelle prossime settimane.

Ieri il presidente del Consiglio ha illustrato il suo programma che ora dovrà essere, per così dire, integrato dal vangelo secondo Matteo. Di Letta si sa. È un economista allevato alla scuola di Nino Andreatta (1928-2007), che esordì come keynesiano entusiasta e si accomiatò dal mondo come keynesiano scettico, se non pentito. Un po’ meno si sa di Renzi, che - finora - anche per comprensibili ragioni di marketing politico-elettorale ha privilegiato i proclami a effetto mediatico sui programmi a effetto concreto. Qualcosa, però, comincia a trapelare, tra i tanti «si dice» che si rincorrono sulle pagine economiche dei giornali.

Il Manifesto di Renzi è importante sia perché dalle sue tesi dipenderà la sorte del governo, sia perché alla sua attuazione è legato il futuro prossimo della nazione. Gli inglesi hanno salutato l’avvento del sindaco fiorentino alla guida del centrosinistra come un replay, in versione italica, della rivoluzione riformista di Tony Blair che cambiò i progressisti di Sua Maestà. Per certi versi, i tabloid britannici hanno azzeccato. Perlomeno nella modernità del linguaggio, il Bimbo di Firenze somiglia parecchio a Zio Tony. Ma sul resto?

Una volta al potere, Zio Tony non si sognò neanche per un nanosecondo di smantellare le riforme varate da Margaret Thatcher. Certo, Blair attutì gli effetti collaterali più dolorosi del thatcherismo, ma si guardò bene dal riportare l’Inghilterra alla situazione che la Lady di Ferro trovò quando s’insediò al numero 10 di Downing Street: un Paese povero di mordente, sfiduciato, in pieno declino politico, finanziario ed etico, e sul punto di esplodere sul piano sociale. Più o meno la fotografia dell’Italia odierna, forconi compresi.

Ora. Che intende fare Renzi per fermare una decadenza che appare inevitabile non già perché il destino cinico e baro ha deciso di farcela pagare, ma perché nessun Paese al mondo può pensare di salvarsi viaggiando su un livello di tassazione e spesa pubblica attorno al 55% del reddito prodotto? Un risanatore privo di pregiudizi ideologici non avrebbe dubbi: bisogna tagliare qualcosa, altrimenti - euro o non euro, Porcellum o non Porcellum - la sorte è segnata.

Invece, a leggere le tesi di alcuni collaboratori di Renzi, sembra che la stagione delle tasse in Italia debba continuare in eterno. Il giovane Filippo Taddei, il neoresponsabile economico piddino scelto dal rottamatore, è convinto che sia meglio abbassare l’Irpef che l’Imu (imposta da alzare, invece, a suo giudizio). A parte il fatto che, storicamente in Italia, anche quando fa strada l’idea di ridurre la fiscalità, la pressione tributaria aumenta ugualmente attraverso la tassazione occulta e periferica, non si capisce perché non si possano - sul serio - ridurre contemporaneamente sia l’Irpef che l’Imu. D’accordo. Bisogna prima attaccare la spesa pubblica, ma una volta o l’altra bisognerà pure cominciare a tagliare la spesa parassitaria se non si vuole alimentare la forconizzazione generale del Paese.

Si dice. Dovendo scegliere cosa sacrificare tra lavoro e rendita, meglio penalizzare la casa, cioè la rendita. In teoria sarebbe giusto. Ma siamo certi che il ragionamento funzioni? La casa, in Italia, non è un optional da riccastri, bensì il bene posseduto dall’84% della popolazione. Tartassare la casa significa colpire due volte i contribuenti: prima con il prelievo ad hoc, tipo l’Imu; successivamente con la diminuzione del valore di mercato dell’immobile posseduto. E se il valore immobiliare scende, calano anche le compravendite, la cui discesa a sua volta produce la stagnazione di tutti i settori correlati all’edilizia. Insomma, una serie di contraccolpi depressivi a catena che alla fine provocano un’erosione del gettito complessivo per l’erario. Cioè un risultato opposto alle attese e ai calcoli delle Finanze. Ridurre le tasse non significa trasferirle da una voce all’altra, significa ridurle punto e basta.

Ecco perché il 90 per cento degli italiani è sul punto di scoppiare. Non ce la fanno i lavoratori dipendenti, sempre più bancomat senza fondo per il Fisco. Non ce la fanno gli autonomi alle prese con Equitalia e tutti gli altri balzelli che s’abbattono su di loro. Non ce la fa quasi nessuno, perché quasi nessuno può farcela. Altro che fine della recessione dietro l’angolo.

Manca un leader in grado di costituzionalizzare la protesta, anche perché chi protesta spesso ignora l’origine e la filiera dei peccati made in Italy. Ma prima o poi questo leader spunterà (Grillo ci sta già provando). Potrebbe essere Renzi l’uomo giusto in grado di evitare salti nel buio. Ma il tam tam sulle sue possibili prime mosse non induce all’entusiasmo: botte su case e pensioni, su pensioni e case. Ancora tasse. Il buon Matteo non dimentichi che prima o poi i soldi degli altri finiscono.


 

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