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Matteo Renzi è il nuovo Dominus del Partito democratico. I dati disponibili a notte fonda indicano una chiara e netta vittoria del sindaco di Firenze, che sfiora il 68%. Il rottamatore a pochi mesi di distanza dalla sconfitta delle primarie contro Bersani per la premieship riesce ad invertire i rapporti di forza interni e a conquistare la leadership dei Democratici. Una vera rivoluzione, voluta dal popolo della sinistra che contrariamente alle previsioni in quasi 3 milioni si è recato ai gazebo. Dimostrando di essere molto più avanti di capibastoni, correnti, conventicole nell’avere individuato nel sindaco di Firenze l’uomo in grado di ridare una nuova linfa vitale al centrosinistra.

Sì, perché è vero che ieri è stato eletto il segretario del partito, ma solo un cieco potrebbe non vedere che la leadership di Renzi esce rafforzata dal responso delle primarie e, oggettivamente, si pone già ai nastri di partenza per la prossima campagna elettorale. Quando? Si vedrà, ma è difficile prevede che si possa andare oltre il 2015. Gli elettori del centrosinistra erano e sono ancora fortemente scottati dalle vicende politiche dell’ultimo anno. Dalla vittoria-sconfitta di Bersani, «un rigore sbagliato a porta vuota» (Walter Veltroni), alla triste stagione dell’ele zione della presidenza della Repubblica, con l’«ucci - sione» politica di Romano Prodi. Un mix di scelte del vecchio gruppo dirigente, che esce sconfitto nonostante il grande impegno di Cuperlo. Oltre le previsioni lo stesso risultato di Pippo Civati, che già ora pone la sua candidatura per il futuro alla guida del partito. Quando e se, Matteo scalerà Palazzo Chigi.

Si apre una nuova partita. Innanzitutto nei rapporti col governo. Renzi è troppo attento per bruciate le tappe. Certo, probabile che apra una sorta di tensione quotidiana, da guerra di posizione. Per rilanciare da un lato il partito, e per «liberarlo» per quanto possibile, dal totale appiattimento sul governo. Renzi la sua partita la vince se, già dalle prossime settimane, saprà dare seguito alla sua idea di sinistra che è una sorta di rinnovata «terza via». Che va oltre Tony Blair e le teorie di Anthony Giddens. Una sinistra che faccia finalmente i conti con i fantasmi del Novecento, con una concezione ancora troppo statocentrica, che è esclusivamente attenta a salvare il passato che a prospettare il futuro. E che pensa di avere una missione profetica da svolgere. Invece, il nuovo centrosinistra deve rifondarsi. Liberandosi di vecchie scorie. Una sinistra moderna non vede lasciare per strada nessuno, ma non può limitarsi ad alzare muri contro i segni della modernità.

Chi ha votato Renzi gli ha dato un mandato pieno. Anche a cancellare pezzi di una storia, che è stata gloriosa ma che è divenuta una palla al piede. Tutta la campagna del colto Cuperlo è stata incentrata sulla demonizzazione del tarlo della personalizzazione della politica. Per questo si è lascito fuggire che Renzi è in continuità col ventennio berlusconiano. Una cecità interpretativa che è alla base della sconfitta, si vedrà se contingente o di struttura, dell’area di sinistra del Pd. Un aspetto analizzato dallo studio di Mauro Calise («Fuorigioco», editore Laterza): «Tutte le democrazie occidentali annettono grande importanza alla presenza di un leader forte ed autorevole, e lo considerano una risorsa pienamente legittimata che si integra perfettamente con la solidità dei partiti». Invece, quasi con un riflesso «pavloviano» la leadership (con i suoi annessi, mezzi di comunicazione e web) sono visti come un «demone» antidemocratico da debellerare. Renzi è interamente dentro il nuovo mondo. In cui la comunicazione non è più ancella della politica, ma è essa stessa politica. Potrà non piacere, ma la realtà. Con la quale fare i conti. Ma da sola la comunicazione non basta. Servono idee, programmi, una visione (laica, non profetica) della politica. E su questo versante Renzi è atteso alla prova decisiva.

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