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Le primarie della Consulta la prospettiva del dissesto

di Giuseppe De Tomaso
Le primarie della Consulta la prospettiva del dissesto

Il Bimbo di Firenze ha ottimi motivi per insorgere contro la sentenza della Consulta che ha sgozzato il Porcellum. Le primarie di domenica prossima si sono svuotate. Le vere primarie del Pd si sono svolte tra i giudici della Corte Costituzionale, e in quella sede - diciamo così - i lettiani hanno prevalso sui renziani. L’irriducibile Matteo, che si era illuso di dover battezzare un nuovo modello elettorale - il Matteum già furoreggiava nei titoli sui giornali - si è sùbito reso conto che, nella migliore delle ipotesi, domenica prossima otterrà la classica vittoria di Pirro (più beffarda di una sconfitta). Nella peggiore delle ipotesi, dovrà riflettere sui capricci della sorte, che gli si è ribaltata contro, a un metro dal traguardo.
 

Renzi potrà conquistare, come da pronostico, lo scettro dei democratici. Ma sarà uno scettro privo di sostanza, un facsimile di pistola ad acqua destinata a non spaventare nessuno. Era la minaccia di sfiduciare Letta per avviare lo scioglimento delle Camere la micidiale deterrenza del sindaco fiorentino. Una volta afflosciato dai giudici costituzionali qualsiasi conato di rottamazione parlamentare, la potenza di Renzi è pari a quella di un eunuco in un’ammucchiata nell’harem. Il Bambino, che è un tipo sveglio, se n’è accorto e ha cominciato a strillare. Infatti.

L’aspirante leader del Pd potrà vincere tutte le primarie che vuole, ma se ritornerà la proporzionale della Prima Repubblica, che assegnava un potere di interdizione persino a un cespuglio correntizio dell’1 per cento, non ci saranno Leopoldina o Leopoldona che tengano. Renzi potrà inventare tutte le kermesse di questo mondo, potrà fare più show di Pippo Baudo. Alla fine dovrà arrendersi alle logiche della proporzionale: una crisi di governo dopo l’altra, un tasso di indecisionismo superiore all’attuale, una lotta senza quartiere all’interno di ogni partito, un balzo olimpionico dei costi delle campagne elettorali all’insegna delle preferenze. Sì, perché la proporzionale costituisce l’antitesi delle leadership forti.

Se Renzi, pur assumendo la guida del principale partito italiano, conterà meno di un presidente regionale (figura che, invece, rimarrà blindata dagli attacchi del fuoco amico), anche Silvio Berlusconi e Beppe Grillo dovranno rassegnarsi a incidere, sulla scacchiera della politica, meno di due alfieri coperti da due pedoni. Come Renzi o più di Renzi, il Cavaliere e il Comico sono la classica espressione del sistema maggioritario: entrambi quasi incompatibili - questione di pelle prima che di tessera politica - con i riti della proporzionale. Archiviato il maggioritario, anche loro due sono destinati a scendere dal proscenio. Per Berlusconi, infatti, la bocciatura del Porcellum potrebbe creare più danni (politici) dello stop alla sua carriera parlamentare chiesto e ottenuto dai giudici del processo Mediaset. Allontanandosi le elezioni anticipate, la tenaglia Berlusconi-Renzi contro il patto Letta-Alfano ha perso vigore, a beneficio dei progetti del duo di governo e delle loro creature.

A pensar male si fa peccato, ma s’indovina, diceva Giulio Andreotti (1919-2013). Fosse ancora sulla terra, la buonanima penserebbe che dietro la scissione del Pdl promossa da Alfano c’era la sicurezza che la Consulta avrebbe ammazzato il Porcellum rinviando nel tempo la verifica nelle urne. Il voto anticipato avrebbe colto impreparata la formazione alfaniana.

Anche la reazione stizzita di Grillo contro la Consulta non richiede particolari attitudini interpretative. Il patrimonio del Movimento Cinque Stelle corrisponde al brand del Fondatore. Le elezioni regionali, caratterizzate dalla corrida chiamata preferenze, hanno dimostrato che i candidati pentastellati non possono certo aspirare alla favolosa rendita elettorale che assicurava loro il Porcellum, una sorta di referendum sul carisma dei capi. Nella battaglia per le preferenze, i grillini partono svantaggiati: tutti poco noti, a differenza del loro timoniere Beppe, non a caso attento (grazie al Porcellum) ad attirare solo su di sé, prima del voto, l’attenzione di mass media e opinione pubblica. Di qui la paura grillina per il ritorno di proporzionale e preferenze: loro rischiano una bella potatura elettorale.

Ora. La speranza è che il Parlamento riesca a varare una discreta riforma del voto, altrimenti anche il minimo accettabile di governabilità apparirà una chimera. La prudenza consiglierebbe di attendere le motivazioni anti-Porcellum che a giorni renderà note la Consulta. Ma la sostanziale scomunica del criterio maggioritario solleva più di un dubbio, visto che in precedenti circostanze (vedi i referendum di Mariotto Segni) la logica di quel meccanismo non aveva scandalizzato i giudici costituzionali. Domanda: il maggioritario è un male sempre e comunque o, come il veleno per il re anti-romano Mitridate (132-63 avanti Cristo), può essere assorbito in piccole dosi?

L’impressione è che la Corte Costituzionale, agevolata dall’inazione della politica, abbia oltrepassato i suoi confini di pertinenza, anteponendo il principio della rappresentatività assoluta all’obiettivo della governabilità sufficiente. Già l’attuale esecrato sistema elettorale non era una garanzia di stabilità e chiarezza. Figurarsi il prossimo se, a dispetto del Quirinale, sarà improntato a proporzionalismo puro: rischierà di trasformarsi in garanzia definitiva di instabilità e opacità. Con buona pace di tutte le scelte di risanamento economico che ci attendono. Chi oserà assumere decisioni impopolari? In Italia nessuno. In tal caso ce le detterà il Fondo Monetario Internazionale, curatore fallimentare di tutti i Paesi in dissesto.

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