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Ci dev’essere pure un motivo se solo un paio di nazioni nel pianeta decrescono più dell’Italia. Tutte le altre crescono più velocemente di noi. Il che ci conduce a un bivio-quiz: o gli italiani si sono dati all’ozio permanente, come fece il cartaginese Annibale (247-183 avanti Cristo) a Capua; oppure gli italiani sono prigionieri di politiche economiche ostili alla crescita, allo sviluppo e, quindi, all’occupazione. Non è necessario aver studiato ad Harvard per dedurre che la seconda risposta sia quella giusta. Lo dimostra il fatto che i laureati del Belpaese siano i più corteggiati all’estero, e che quando gli italiani hanno modo di esprimere la propria intraprendenza, non ci sono barriere che tengano. Sanno dare lezioni di imprenditorialità a mezzo mondo.

Tutti sanno che, fatta eccezione per lo sport, gli spagnoli siano assai più neghittosi e indolenti degli italiani. Infatti, fino a pochi lustri addietro, la Spagna stava messa peggio del Mezzogiorno d’Italia, alla cui arretratezza non era (e quindi non è) estranea la stessa antica dominazione iberica. Nel giro di pochi anni, però, grazie a politiche liberal-riformistiche di sostegno alle idee e agli investimenti, la Spagna si è trasformata da Paese feudale in Paese post-industriale. Si è fermata in seguito alla bolla immobiliare del 2007-08.

Ha temuto di dover imitare la Grecia nella corsa al fallimento. Ma, poi, ha ricominciato a crescere, come testimoniano le ultime cifre sul Pil, sullo spread e su molti altri indicatori economici. Un Paese normale, cioè non sub-normale com’è oggi lo Stivale, avrebbe dovuto imitare parola per parola, virgola per virgola, la ricetta spagnola, e guardare fiducioso al futuro. Ma l’Ita - lia è l’Italia, un Paese che cerca la verità nelle telechiacchiere, non nei fatti reali.

Cosicché, da anni si assiste a una farsa che ormai ha del tragico: puntualmente si giura che ogni semestre, ogni anno che verrà, porterà finalmente l’avvio della ripresa produttiva made in Italy. Ma questo tormentone dura ormai da troppo tempo per alimentare ancora l’attesa del miracolo, anche se l’esercito dei creduloni è sempre affollato in tutta la Penisola. Risultato: puntualmente, semestre dopo semestre, anno dopo anno, il Paese va indietro a dispetto di tutti gli ottimismi precedenti.
Come se ne esce? La questione riguarda la politica economica, ma dipende anche da una perversione culturale dura a morire. A parole, in Italia, il concetto di merito vanta più seguaci di quanti ne abbia oggi Papa Francesco nel mondo. Nei fatti vanta più sabotatori di quanti ne abbia Putin in Cecenia. Non si può invocare la beatificazione del merito e contemporaneamente, ad esempio, impedire che il merito venga remunerato, materialmente e immaterialmente. Prendiamo l’università. Anche un marziano si accorgerebbe che lo studio ha smesso di svolgere la funzione di ascensore sociale in una società storicamente frenata da privilegi corporativi e dinastici. Infatti, il Terzo Millennio, in Italia si è inaugurato con uno scambio di ingredienti per la mobilità sociale: in passato era garantito dallo studio sistematico, cioè dall’attività del cervello; oggi sembra assicurato prevalentemente dal sesso mercenario, cioè dalla vendita del corpo. Come possa un Paese pensare di riprendersi economicamente e moralmente, passando dai beni ai peni (e alle pene) culturali, riesce difficile concepirlo, a meno che non ci si convinca che la pornocrazia costituisca la nuova frontiera del progresso.

Ma non diva ghiamo. Se l’università ha smesso di portare in cima alla piramide sociale gli spiriti più capaci, la colpa non è solo sua, o del contesto, o del solito destino cinico e baro. Se così fosse non si capirebbe perché i nostri ragazzi più in gamba, all’estero, facciano più bella figura di Monica Bellucci. Se lo studio, in Italia, non riesce a far ripartire la scala del benessere, la causa (meglio: la colpa) va ricercata in una politica fiscale che sembra fatta apposta per massacrare i più bravi e per disincentivare i più intraprendenti. Già chi esce dall’università parte con qualche anno di ritardo nella corsa al posto di lavoro. Certo, in teoria è più avvantaggiato perché dopo, se ha conseguito una laurea di prestigio, potrà mettere sul mercato il suo bagaglio di competenze. Ma non appena inizia a guadagnare, il brillante giovanotto deve fare i conti con aliquote fiscali che penalizzano il merito, la voglia di fare, l’attaccamento al lavoro. Ma come - si domanderà presto - da un lato si elevano inni omerici alla meritocrazia, e dall’altro si scoraggiano i migliori bollandoli come ricchi fortunati, cui addossare la responsabilità e il costo della povertà in aumento. Tanto vale, tagliare la corda.

Vogliamo dirla tutta? La verità è che l’Irpef agisce da tassa sul merito. Fino a quando un ragazzo si chiederà se uno scatto di carriera gli convenga o meno in busta paga (perché l’avanzamento potrebbe comportare, per colpa dell’aliquota più alta, una potatura beffarda della retribuzione netta), l’università non ritornerà alla missione di spingere in alto i più capaci, e la produzione italiana verrà superata persino dall’Albania. Ma questi temi non sembrano assai dibattuti, non solo in ambito politico. Una volta che i bravi, anche se giunti al successo grazie a mille sacrifici, entrano nel catalogo dei ricchi (ossia dei presunti ricchi, perché le denunce dei redditi in Italia sono più bugiarde di Mata Hari), si ritrovano spacciati come topi in trappola. Sono ricchi e, in quanto tali, devono pagare, pagare e pagare. Fino al punto di chiedersi se ne sia valsa la pena: studiare per entrare nell’ascensore e accorgersi che stava scendendo. Ecco. Un Paese così non si riprenderà mai anche se dovessero chiamare un Bill Gates alla guida di tutto l’ambaradan .

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