Domenica 24 Marzo 2019 | 06:10

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Le famiglie sfasciate fabbriche di povertà

di Fabiano Amati*
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C’è sempre un drappo colorato che consola le nostre coscienze. Per il 25 novembre è stato scelto rosso. Reclama sensibilità sulla violenza di genere. Poi, il drappo sarà ammainato e ci ritroveremo in un lampo al 26, al giorno dopo. Ricomincerà allora il conto dei giorni, alla rovescia, per una nuova esposizione. E sarà ancora una volta 25 novembre. Nel frattempo, che è ormai diventato spazio d’inerzia, di lentezza e spensieratezza, le nostre coscienze si idrateranno con principi liquidi. In attesa cioè della legge o della sua applicazione, che per Schmitt è nomos, pezzo di terra che la legge deve recintare, delimitare e dividere.

La Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, è stata ratificata di recente dal Parlamento italiano. Una bella cosa, purtroppo ancora ridotta a miscela di principi fluidi che attendono il recinto e la delimitazione di una legge nuova, oppure di una vecchia mai applicata. Ottanta articoli. Dal ventinove in poi è un mansionario dettagliato affidato al legislatore di casa nostra. Di recente, una parte di una legge ha sbrigato qualche mansione. Piccolo pezzo di una staccionata. Resta ancora il grosso da farsi. Attiene principalmente all'argomento Giustizia. Ma in Italia sulla giustizia siamo per mille ragioni un Paese inabile. Tanto inabile che pure nella meno infuocata 'arena' della giustiIa civile, riusciamo a dire parole concludenti.

Non è il tutto del problema, ma molto spesso il vigente “diritto di famiglia” non è in grado di reggere l’epilogo delle relazioni affettive e i relativi strascichi, nascondendo tra le sue pieghe la causa di molte violenze. Cosa si aspetta allora ad intervenire? Perché non abrogare la separazione con addebito? Perché non introdurre il divorzio breve e i patti prematrimoniali? Perché non revisionare la disciplina sul mantenimento e gli alimenti? Perché non pensare a ricostruire l’org anizzazione della giurisdizione volontaria rendendo realmente vigente il disapplicato art. 145 del codice civile (intervento del giudice nel caso di disaccordo tra i coniugi), che allo stato nessuno sa come utilizzare? Prescindendo dalla difficile applicazione della Convenzione di Istanbul, queste riforme potrebbero salvare parecchie vite umane. Quando non ci si interroga sulle reali possibilità di intervento e sul movente di un crimine, è difficile che un provvedimento riepilogativo di diritti umani possa risolvere i problemi. Solo nel paese incantato il bacio del principe è in grado di risvegliare la principessa dal sortilegio. Il senso di realtà ha bisogno di una nuova lettura dei servizi sociali, in grado di ascoltare, accogliere e sostenere i cittadini che precipitano in una condizione di povertà che deriva dai provvedimenti di separazione e divorzio.

Cresce la “creazione” di una categoria di nuovi poveri, al punto che la fine di una relazione affettiva è divenuto lusso per “ricchi”. La condizione di povertà che si forma in conseguenza di una separazione e divorzio, molto spesso diviene fabbrica di rancore, ed alcune volte si trasforma in una violenza omicida senza alcuna giustificazione. La funzione preventiva di alcune riforme è immane, perché aiuta a preservare la vita e a generare una nuova educazione per far accettare a tutti, e con maggiore equilibrio, il mutamento della sfera affettiva. Se nulla dovesse muoversi nell’attività di riforma, tutto potrà servirà solo ad ampliare l’attività convegnistica e di studio, con produzione di quintalate di carta e file. E nel frattempo la violenza continuerà, col vantaggio che sugli articoli e sui necrologi potremo inserire qualche ulteriore riflessione femminologica, maschiologica, antropologica, teologica etc., però ispirata alle più moderne convenzioni internazionali. Non so a voi, ma a me sembra poco.
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*Consigliere regionale Pd

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