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Sarà l’effetto-tv oppure un altro derivato culturale della crisi. Ma la «fotografia» che la Coldiretti scatta della disoccupazione è davvero inedita: per ogni ragazzo che quest’anno ha cominciato a studiare da operaio, ce ne sono due che sognano di fare il cuoco. In oltre 21mila si sono iscritti al primo anno negli istituti professionali industriali e invece ben 46.636 hanno optato per l’alberghiero e altri 13.378 si sono avviati in un istituto di agraria.

Insomma 50mila quattordicenni hanno cominciato quest’anno a prepararsi per lavorare nel mondo del turismo, della ristorazione, dell’agricoltura. Secondo la rilevazione Coldiretti, che ha associato a questi dati un sondaggio, il 54% dei giovani oggi preferirebbe gestire un agriturismo piuttosto che lavorare in una multinazionale (21%) o in banca (13%) e il 50% degli italiani ritiene che le professioni di cuoco o agricoltore diano maggiori possibilità di lavoro rispetto al sistema industriale (nel quale crede solo l’11% degli intervistati). La considerazione finale del sondaggio è che il 79% degli italiani sostiene che in futuro in Italia ci sarà un numero minore di fabbriche e l’88% vorrebbe un sistema di formazione nazionale riqualificato nella direzione del «made in Italy».

Fin qui lo scenario disegnato da Coldiretti che, partendo da un settore, proietta una visione angolare sulla crisi e le relative ricadute occupazionali. Il fenomeno dei cuochi e della cucina-spettacolo in televisione probabilmente non è estraneo a questa straordinaria nuova propensione scolastica: i format anglofoni e le imitazioni italiane ormai fanno rimbalzare dalla tv nelle nostre case l’immagine dello chef (cuoco non fa moda...) bello e dannato, spietato con lo scalogno quanto con gli aspiranti prìncipi della cucina. Insomma una immagine di successo e danaro che fa sempre presa. E se non convince la tv, ci pensa la saggezza popolare: la gente deve pur mangiare e quindi saper cucinare e saper produrre cibo garantisce un mestiere e uno stipendio.

Ma siamo sicuri che sia questa la strada da seguire per risalire il dirupo della crisi e della disoccupazione? Naturalmente non tocca alle famiglie elaborare una strategia per il Paese, è giusto che in ogni casa si cerchi la soluzione più a portata di mano. Ma sarebbe preoccupante se la classe dirigente, la classe politica, l’élite economica assecondasse l’idea che l’Italia può permettersi di rinunciare ad un sistema industriale e sostituirlo con un terziario fatto di ristoranti, agriturismo, alberghi e bar.

La prima risposta viene dai dati Istat sulla disoccupazione: tre milioni sono gli italiani in cerca di lavoro e altrettanti sono quelli che non lo cercano più ma sarebbero disponibili a lavorare. In tutto sei milioni di persone potenzialmente impiegabili. L’Italia è una terra fortunata, baciata dal clima, da una storia che ne fa un giacimento culturale inesauribile, da una tradizione enogastronomica invidiata (e copiata) nel mondo ma neppure tutto questo messo insieme può garantire un presente solido e un futuro di crescita a sei milioni di disoccupati oltre a chi già in questi settori cerca di sopravvivere. Solo l’industria è in grado di garantire margini di remunerazione di capitale e lavoro tali da diventare un moltiplicatore di ricchezza da distribuire sul territorio.

Certo, le cronache (e non solo quelle economiche) degli ultimi anni autorizzano a pensare tutto il male possibile del comparto industriale nazionale. Come al solito ci tocca guardare oltrefrontiera per capire quali sono i modelli industriali a cui fare riferimento. La Germania è diventata la regina d’Europa e una potenza mondiale al punto da essere spiata e temuta dagli Usa proprio grazie ad una economia solida basata su una industria di qualità (le auto, ma anche la meccanica d’avanguardia) in grado di esportare prodotti in tutto il mondo e portare ricchezza nei propri confini. E, in più, la Germania sta diventando una meta sempre più ricercata per il turismo. Stessa cosa accade in Francia e perfino la Spagna ha imparato la lezione a nostre spese.

Assecondare l’idea che in fin dei conti possiamo vivere tutti di pizza e mandolino sarebbe l’errore più tragico che possiamo commettere. Dobbiamo pretendere un sistema industriale moderno e rispettoso dell’ambiente . Un sistema industriale lontano dai modelli ottocenteschi dickensiani e vicino ai distretti della meccanica di precisione della nostra Puglia. La vera scommessa è pretendere che l’Ilva funzioni come una fabbrica tedesca, non illudersi di vivere tutti di sole cozze.


 

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