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«Qui Torino. Non si affitta a studenti meridionali»

di Anna Langone
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Valigie di cartone e treni polverosi sono consegnati alla storia, le storie che hanno fatto quell'epoca no. Come spiegare altrimenti ciò che accade nella Torino dei giorni nostri, dove uno studente fuorisede foggiano non riesce a prendere in fitto una stanza perché meridionale? Per i nostri emigrati, i più fortunati, che negli anni Sessanta andavano a lavorare alla Fiat, forse era normale sbattere il muso su uno di quei cartelli «Affittasi escluso meridionali », ma oggi, che senso ha? Singulti leghisti o rigurgiti del passato che ritorna?
La crisi che in questi tempi ha colpa di tutto e spiega tutto, questa volta non c'entra. Pier Francesco, diciannovenne foggiano, matricola di Economia, mette un annuncio per trovare una stanza in affitto e dal primo che gli risponde si sente dire: «Ah, ma lei è meridionale? Allora ci penso, le farò sapere... ». «Non credevo proprio di dover vivere una situazione così anacronistica - confida allibito - io vengo da una famiglia e da una situazione economica normale. Quel tizio, senza conoscermi, mi ha subito domandato se i miei genitori a Foggia lavorano entrambi, ma a lui cosa interessa? Io voglio soltanto studiare».

Con un calabrese (a Torino da quarant’anni) è andata anche peggio. Solidarietà fra meridionali? Macchè! «Voleva 350 euro al mese, più un anno di fitto anticipato e le spese», dice Pier Francesco, che però non molla: dopo qualche giorno trova una sistemazione adeguata. Una stanza con «solo» due mesi di fitto anticipato come cauzione e intanto arrivano anche offerte di stanze da altri torinesi non anti-meridionali.

Malgrado la falsa partenza, lo studente foggiano ha una sua idea che, con l’entusiasmo che deve appartenere ai giovani, è una lettura meno razzista di quanto gli è accaduto. «Io penso che a Torino ce l’abbiano soprattutto con gli studenti, sono prevenuti verso di noi. Magari hanno avuto esperienze negative, ma non si può generalizzare». Già, non si può e poi Pier Francesco ha tutto il diritto di studiare in una città dove esistono maggiori opportunità di lavoro e dove trova, parole sue, un ambiente culturalmente vivace, teatri e contenitori culturali che mancano nella sua Foggia. Ce n’è abbastanza da far piangere chi, a Foggia, mette in fuga questi ragazzi, lasciando spente le luci di strade mangiate dalle buche, in quartieri dove cresce l’erba alta oppure il verde viene azzerato con il pretesto di potarlo. Sperando che non siano lacrime da coccodrillo.

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