Martedì 26 Marzo 2019 | 17:09

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Carceri, dal Quirinale una spinta di buon senso

di Gianluigi De Vito

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Un regalo a Silvio il condannato? E come negarlo. Una stampella in più per il fido Enrico a evitargli - e non è poco - di vedere le casse del governo svuotate dalle sanzioni imposte dalla Corte europea di giustizia? Assolutamente sì. E ancora: una strada obbligata per svuotare le gabbie e far prendere velocemente fiato a tutti, detenuti e carcerieri? Vero. Il tris è servito: ognuno può dire la sua, senza correre il rischio di passare per Pinocchio.

Stabilire una gerarchia nelle motivazioni del messaggio del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, alle Camere sulla questione carceraria, è un esercizio magari utile a capire un po’ di più. Ma che non sposta il corso delle cose. Meglio pensare al «che cosa succederà» dopo indulto e amnistia, piuttosto che al «perché li abbia promessi». E poi, diciamolo, un messaggio del genere era nell’aria.

Fuori tutti (o quasi) e tutto. Ma quanto durerà? Preoccuparsi di quel che accade a valle, e cioè nella discarica- carcere, è un dovere che la politica troppo spesso ha lasciato a umori e a strategie temporanee. E invece chiede investimenti strutturali e scelte legislative coraggiose.

Napolitano parte da una fotografia nitida: 24mila condannati in via definitiva si trovano a espiare una pena detentiva residua non superiore a tre anni. L’indulto li metterebbe fuori e le celle-gabbie riavrebbero spazi per la dignità che solo una capienza regolamentare può assicurare. Non è un caso che il presidente della Repubblica abbia citato la sentenza pilota della Corte europea, che nel maggio scorso ha condannato l’Italia a risolvere entro un anno il problema del sovraffollamento e a prevedere i rimborsi per i detenuti ridotti a sardine. Pena: accogliere le potenziali 28mila denunce per mancanza di spazi vitali e prescrivere il risarcimento economico. Non parliamo di bruscolini, ma di cifre che superano i 400 milioni di euro. Fra l’altro non possiamo più opporci alla richiesta della Corte europea dei diritti dell’uomo, perché la Corte di Strasburgo ha rigettato l’appello, confermando il verdetto dell’8 gennaio scorso. Tutto è partito dalla sentenza dei giudici di Strasburgo che hanno condannato l’Italia per aver sottoposto sette detenuti del carcere di Busto Arsizio e di Piacenza a condizioni inumane e degradanti (celle di nove metri quadri per nove persone, docce e acqua calda a singhiozzo). Per la Corte europea meno di tre metri quadri a persona violano l’articolo 3 della Convenzione europea del 1950 sui diritti umani. E cioè sono, se non tortura, sicuramente forme di trattamento inumano o degradante.

Che le nostre carceri registrino il tasso di sovraffollamento più alto di tutta l’Ue è un fatto che non trova smentite: secondo Antigone, la più attiva associazione di tutela dei diritti dei detenuti, il rapporto è di 170 reclusi ogni cento posti letto. L’amministrazione penitenziaria parla di 47mila posti regolamentari. Antigone ne conta 10 mila in meno, 37 mila

Qualcuno dirà: ma c’è un piano carceri? Strasburgo ha dubbi pure su questo. E poi la verità è che sull’edilizia carceraria è calata la nebbia.

I numeri dicono che le cause del sovraffollamento sono: recidiva (ex Cirielli), droghe (Fini-Giovanardi) e immigrazione (Bossi-Fini). Tre detonatori che in 12 anni hanno fatto lievitare il numero dei detenuti da 55.393 a 64.458.

Bene, le premesse e le ragioni di Stato per plaudire al messaggio di Napolitano ci sono tutte e sono valide tanto quanto i siluri politici. Ma non c’è buon governo se fondato solo sulla paura infernale di pagare soldi o ricatti d’instabilità.

Svuotare le carceri è un dovere non solo in tempi di sentenza-Mondadori. E non può generare latitanze colpevoli. Come quella già evidente: nessuno parla del re-inserimento sociale degli scarcerati. Il problema, a valle, è lì: senza affrontare il ritorno a casa e in società dei detenuti, le celle tornano subito piene. Ma questo fa paura. Tanto quanto tenerli ancora in carcere o rinchiuderne di celebri.

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