Mercoledì 27 Marzo 2019 | 04:26

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Addio seconda Repubblica, arriva la terza, cioè la prima

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO

Se Silvio Berlusconi, anche dopo aver perso due derby elettorali con Romano Prodi, non ha mai smarrito la guida della sua squadra, lo si deve, quasi esclusivamente, al fatto che lui è, prima di tutto, un editore, oltre che un capo politico. Un editore sceso in politica resta tale, cioè un pezzo da novanta della classe dirigente, anche se le sue fortune elettorali dovessero declinare. Per capirci: difficilmente il Cavaliere sarebbe sopravvissuto (politicamente parlando) alla sua prima battuta d’arresto alle urne (1996) - quando il tam tam di Montecitorio cominciò a diffondere la lista degli aspiranti (velleitari) eredi -, se egli non avesse potuto disporre di un impero mediatico a 360 gradi, dalle televisioni ai giornali. Quasi certamente si sarebbe ritirato in buon ordine, oppure qualcuno lo avrebbe indotto a farlo. Anche oggi.
Se non fosse stato per la condanna passata in giudicato, nessuno nel Pdl si sarebbe permesso di smarcarsi dal Principale, anche se quest’ultimo avesse fatto cilecca nella più facile delle gare elettorali. Solo il combinato disposto tra la decadenza da parlamentare e l’interdizione dai pubblici uffici ha reso meno granitica la panchina di comando del commissario tecnico Silvio, ma ciò non significa che il Cav sia definitivamente fuori gioco. Infatti.

Un proprietario di strumenti mediatici del suo calibro conterebbe ancora parecchio a casa sua e fuori casa, anche se l’autorità giudiziaria gli dovesse ritirare, com’è accaduto, il passaporto. In soldoni: l’ex premier avrà perso influenza nei primi due poteri (legislativo ed esecutivo), di sicuro conserva un peso ragguardevole nel quarto (la stampa) e nel quinto potere (il video). Si spiega così la longevità politica di Berlusconi, che sta per firmare il tagliando dei 20 anni. Si spiega così il fatto che, nonostante l’espul - sione dal terreno della rappresentanza politica decretatagli dalla magistratura, il fondatore del centrodestra non sia destinato a finire i suoi giorni dividendosi stancamente tra la fidanzata Francesca e il cagnolino Dudù.

Il suo vero scudo, il suo vero Lodo, il suo vero salvacondotto è Mediaset, seguita dalla galassia cartacea di quotidiani e settimanali. Di qui i timori di parecchi frondisti pidiellini di portare fino in fondo l’ammutinamento contro il capitano. Il loro capitano non può affondare per le ragioni elencate sopra. Ciò detto, Berlusconi non è più Berlusconi, il padrone assoluto del centrodestra, formazione che si appresta a passare - in parte lo ha già fatto - dalla monarchia assoluta alla monarchia costituzionale. Berlusconi non è più Berlusconi anche perché - a meno di clamorosi, fantapolitici colpi di scena - non sarà più lui il candidato premier di centrodestra nelle future votazioni, che potrebbero svolgersi tra sei mesi, un anno o quattro anni.

Per la prima volta gli italiani non saranno chiamati a esprimersi sull’unico autentico referendum (altro che l’ammucchiata di consultazioni promossa dai radicali in vari decenni) che ha spaccato in due lo Stivale: quello tra berlusconiani e antiberlusconiani. Di per sé, la novità non è e non sarà irrilevante, dal momento che il Cav, col suo monumentale conflitto di interessi, non era una comparsa di passaggio. La novità non sarà irrilevante perché, per la prima volta, dopo 20 anni, le coalizioni che si disputeranno lo scettro di Palazzo Chigi si materializzeranno non contro o pro qualcuno, bensì per qualcosa. Il che richiederà una verifica permanente sui programmi e sulle leadership. Anche perché non si capisce quale volto prenderà l’assetto elettoral-istituzionale del sistema. Finora, indipendentemente dalle regole del gioco, era Berlusconi il lievito del bipolarismo.

Se c’era lui, l’aut aut era assicurato. Tramontato lui, l’aut aut sarà, come già si nota, meno automatico. Né è ragionevole prevedere che Berlusconi possa trasferire nelle mani di Matteo Renzi il testimone del bipolarismo a prescindere dalla variabile delle leggi elettorali. Il sindaco di Firenze sarà pure una fotocopia del sire di Arcore sul piano della comunicazione, ma non possiede le immense fortune del suo debordante ammiratore rivale.

La verità è che il bipolarismo rischia di saltare insieme col suo simbolo (Berlusconi). Primo, perchè l’uomo non è clonabile o intercambiabile. Secondo, perché tra poche settimane la Consulta potrebbe assestare il colpo di grazia al bipolarismo, scomunicando il premio di maggioranza senza soglia di partenza previsto dall’attuale legge elettorale (Porcellum). Oddio, si potrebbe pur sempre rimediare stabilendo una quota minima d’accesso al premio di maggioranza, ma quando sul tavolo piombano argomenti così delicati, come le riforme elettorali, la tentazione di non toccare nulla diventa più irresistibile di una gita a Capri con la nuova Miss Italia.

L’Italia avrebbe bisogno di un centrosinistra e un centrodestra in grado di gareggiare tra loro, senza ricorrere a falli da cartellino rosso. L’Italia avrebbe bisogno di due coalizioni riformiste, capaci di farsi concorrenza senza demonizzarsi o calpestarsi a vicenda. Ma la sentenza della Corte Costituzionale, in caso di bocciatura palese del premio di maggioranza figlio del Porcellum, potrebbe rimescolare nuovamente le carte. Con la prospettiva di tornare alla proporzionale della Prima Repubblica, alla giostra continua di governi e capi di governo. Che è come voler rimettere nel tubo il dentifricio appena spalmato sullo spazzolino.

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