Martedì 26 Marzo 2019 | 03:32

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«La psichiatra uccisa a Bari ora cura i santi in Paradiso»

di Alberto Selvaggi
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Stamattina sono andato in Paradiso. È una cosa meno impossibile di quanto si creda, dipende soltanto dalle dimensioni che normalmente frequenti. Ci sono salito per servizio, come cronista. Incaricato di fissare per sempre il sorriso di Paola Labriola, psichiatra ridotta un mese fa a Bari a sacco da macello da uno dei suoi pazienti all’interno di una struttura che – mi è testimone Dio – chiamano Csm. Ho bussato e, come si racconta nelle barzellette, mi ha aperto San Pietro, con un barbone che pareva di nebbia. «Lei non può entrare», ha detto indicando il marchio a tre cifre che porto da sempre sotto la scapola sinistra. «So che sono destinato al secondo girone d’Inferno, settimo cerchio – ho detto – ma porto un pass con me».

Quel santo di Pietro ha guardato il pezzo di carta fitto di appunti e numeri di telefono che gli ho mostrato e abbuiandosi ha detto: «Va bene». Fratelli, sorelle, il meccanico del mio scooter, Gino, aveva ragione quando mi illuminò con il suo genio: «La vita è un casino, tasse, malattie, famiglia. Ma il problema è che non sappiamo poi dall’altra parte che cosa ci aspetta, magari da morti la vita è pure peggio, ancora altri problemi».

E difatti Paola non soltanto è tra le nubi inconsistenti, ma continua a svolgere là il suo mestiere: anche i santi, e le anime risplendenti hanno i loro scompensi. Insonnia, visioni mistiche, allucinazioni, stati d’ansia, depersonalizzazione transitoria, estasi isterica. In Paradiso l’hanno sistemata in una stanza con sopra scritto «Via Tenente Casale». Praticamente identica a quella in cui è stata per 50 volte trafitta.
Strana aria lì dentro, atmosfera di grigio. Paola siede dietro a una scrivania grande, di legno, noce medio direi. Regge in bocca un sorriso simile a quello di una mia storica amica sua amica e collega, scorcio di cielo autunnale sereno. Davanti a lei ci sono due sedie di plastica, il condizionatore è spento, è ottobre, non può commentare «oggi si muore di caldo sul serio». C’è un’ampia finestra ma dall’esterno, dove è Luce che acceca, nessuno vede: un tendaggio oscura i vetri. Guardo le sue mani che hanno una loro parola. I suoi vestiti non dicono niente, non contano nulla, sono subordinati alla militanza per la medicina dell’anima nella sua mente.

Fisso la personalità che le sguscia dal petto, si plasma al paziente là assiso in nero, mistico del Monte Athos, naso tagliente. E questa è una regola non un evento, dato che la cura è la personalità del curante stesso. Paola gli prescrive qualcosa: «Rilascio chimico lento». Il paziente s’inchina e si congeda. Entra uno spirito smunto di femmina, santa Gemma anoressica. Teresa d’Avila, grandissima, sempre, anche nella sofferenza, ritira una ricetta e dilegua. Ancora un paziente. Lo conosco, accidenti, è un commerciante barese, soffre di attacchi di panico, «al supermercato, particolarmente».
Paga con l’intramoenia ma la dottoressa Labriola gli ha ridotto il costo delle sedute al 50 per cento non appena ha intuito che era in difficoltà per la crisi. Ce l’ha per vizio: la stessa cosa mi ha detto un altro beneficato dei quattro pazienti che sulla Terra mi hanno avvicinato chiedendomi – vai a capire perché - se la conoscevo. Mai vista, davvero, se non nel Paradiso in cui si specchia. La chiama sul cellulare la figlioletta: «Agli ordini, comandante - scherza -, la porto all’ipermercato, come vuole lei». Disegna su un foglio un omino coi punti nevralgici da toccare all’occorrenza come tecnica terapeutica: «Ripeti: anche se non sono libero di decidere su cosa fare mi accetto per quello che sono».

Il commerciante scoppia a piangere. Così, senza senso. A 54 anni come un bimbo perfetto. La dottoressa si illumina come il mattino gemente: «Vedi? – dice –. Può darsi che questo metodo non sia del tutto ininfluente». Ecco, conosco anche quest’altro che entra, artista, alto, bello, beato o santo nel fallimento: e mi avevi detto che avevi smesso di sniffare eroina, accidenti. Ora capisco perché mi avevi chiesto con gli occhi di vetro: «La conoscevi? Sai a che ora è la fiaccolata del 4 ottobre per lei?». Lei stavolta affronta il soggetto in do di petto. «Dottoressa, mi sono ritrovato a camminare all’alba cercando la roba per strada, non mi riconoscevo».

La mia missione è finita. Basti sapere che Paola ha portato il sorriso dove è giusto che splenda. Esco verso la Terra. Mostro di nuovo il salvacondotto a quell’usciere di Pietro. Non l’ho spiegato al principio, ve lo racconto adesso: si tratta di un foglietto con sopra nomi e cellulari di psichiatri dei vari centri baresi da intervistare, forniti dalla mia amica suddetta, tale Gabriella, sodale e collega della Paola uccisa, ora trasferita sul fronte sperimentale del Veneto. Al pezzo di carta è spillato il titolo che avevo abbozzato per la riapertura delle mie rubriche eccentriche sulla «Gazzetta» dopo la pausa estiva, pochi giorni prima dell’omicidio del 4 settembre: «La vita spericolata degli psichiatri kamikaze». Con note sul retro: «Assalti calci in faccia e tavoli in testa nei Csm psichiatri soli assediati dai folli furiosi urla selvagge due volte si salvano per miracolo chiusi a chiave in infermeria chiamano polizia che non viene... stanze devastate rischiano la pelle, eroi suicidi, pure Gabriella in passato a Bari presa a cazzotti in faccia occhio nero volata a terra forza sovrumana della follia imperatrix mundi distorsione braccio, lottò, minacciati da criminali, diversi boss psicotici, uno pistole addosso va a dormire in ospedale su barella ha paura del buio ecc… scrivere tutto il pezzo con registro allucinato terribile e insieme ilare». Non scrissi più un rigo. Mandai un sms di morte a Gabriella. Rispose: «Sono sconvolta». Da allora non l’ho più sentita.

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