Domenica 24 Marzo 2019 | 06:33

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Una nazione in vendita

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Il segno dell’impotenza politica e della frustrazione economica che il sistema Paese sta vivendo è nella piccolezza del sentimento di effimera superiorità che fino ad un mese fa esibivamo sulla Spagna, finita prima di noi nel gorgo della crisi e con spread e tasso di disoccupazione decisamente superiori ai nostri già disastrati indici. Poi una mattina ci siam svegliati e abbiamo trovato gli invasori: non solo la Spagna ha abbassato lo spread sotto il nostro limite ma ha anche «mandato» la sua compagnia telefonica nazionale a comprare la nostra, ponendo addirittura un problema di sovranità e sicurezza nazionale. Solo che il sentimento di resistenza è tutt’altro che vivo nel corpo-nazione e, soprattutto, è stato fiaccato da una deriva economica senza freni. Il caso Telefonica- Telecom ha scomodato i grandi sistemi industriali e politici europei, ma l’Italia, il ruolo di preda nel giungla economica, lo sta subendo ormai da tempo. E per certi versi in modo anche più subdolo e grave rispetto al caso Telecom. Perché se l’attacco a un colosso delle comunicazioni è pur sempre un affare buono per ogni stagione, non si capisce che cosa sta succedendo se anche l’economia di provincia o le aziende «eccentriche» come quelle sportive finiscono per diventare bocconi interessanti. Qualche esempio.

Solo dieci o cinque anni fa la notizia che lo Zoo- Safari di Fasano di Brindisi sarebbe finito nel mirino di investitori cinesi l’avremmo attribuita ad un colpo di sole di un cronista in vacanza. Per non parlare del calcio: gli indonesiani che comprano l’Inter o gli americani che scalano la Roma sarebbero stati soggetti buoni per barzellette pari alla fontana di Trevi venduta da Totò. Oggi tutto questo, e non solo questo, è realtà. È l’effetto della globalizzazione, è vero. Dunque niente di male, non facciamo gli schizzinosi: se un imprenditore cinese garantisce la continuità di un’impresa, se un miliardario orientale consente ad una squadra di calcio italiana di continuare a sognare trofei e vittorie allora perché indignarsi. Il problema sorge nel momento in cui nessuna bandierina con il nostro tricolore finisce per essere piantata negli spazi avversari in questo risiko mondiale della crisi. Di questo passo proprio quella piccola e media impresa che ha prosperato e fatto prosperare l’intero Paese finisce per essere al centro degli interessi stranieri senza garanzie di continuità e investimenti.

L’estate è stata costellata di imprese corsare di imprenditori italiani e stranieri pronti a non riaprire dopo le ferie e a svuotare gli stabilimenti per spostare l’attività fuori dai nostri confini. In Puglia è successo alla barese OM e, sempre nella zona industriale del capoluogo, i giapponesi della Bridgestone hanno ingaggiato un estenuante braccio di ferro per abbandonare il territorio dopo averne sfruttato agevolazioni e potenzialità e solo da pochi giorni sembrano pronti a tornare sulle proprie decisioni. Va bene lo straniero, se è sinonimo di crescita e progresso altrimenti la differenza tra globalizzazione e colonizzazione si assottiglia. E questo triste paragone rende l’idea del nostro declassamento più delle complicate formule delle società internazionali di rating. Perché anche la capitale dell’ex impero britannico è simpaticamente chiamata Londograd alludendo all’invasione russa della City; anche gli spocchiosi francesi ringraziano gli emiri arabi per aver salvato lo loro squadre di calcio; ma inglesi e francesi e poi tedeschi e ora anche i cugini spagnoli sono in grado di recitare un ruolo nella globalizzazione attiva e non solo in quella passiva. Non siamo più in grado di essere imprenditori di noi stessi, è questo il senso più profondo della crisi declinata in italiano. Al punto che dobbiamo sperare che cinesi e spagnoli e russi e indonesiani abbiano voglia di amare il nostro Paese e la nostra economia come neppure noi sappiamo fare più.

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