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La bonifica doverosa dei siti contaminati

di Giorgio Nebbia
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Caffaro era nome quasi sconosciuto alla maggior parte degli Italiani fino al marzo scorso quando il servizio Presadiretta di Rai 3 ha “raccontato” la storia di una fabbrica che, nel corso di cento anni, nell’immediata periferia di Brescia, circondata da vasti quartieri residenziali, scuole e campi sportivi, ha fabbricato prodotti chimici industriali tossici, con processi inquinanti, rilasciando nell’aria, nelle acque e nel sottosuolo gli scarti dannosi delle sue lavorazioni.

Fra questi rifiuti particolarmente nocivi e pericolosi per la salute sono i PCB, policlorobifenili, sostanze oleose non infiammabili, “perfette” come isolanti per trasformatori elettrici di grande potenza e presenti in molti altri prodotti commerciali. Per decenni questi rifiuti tossici sono finiti nelle acque e nel suolo; sono stati trovati, in concentrazioni superiori ai limiti massimi ammessi dalle norme sanitarie, nel latte delle mucche allevate nei campi vicini, nel suolo della scuola e del campo sportivo, e nel sangue di moltissimi cittadini di Brescia. Quel programma televisivo ha aperto gli occhi di milioni di persone sui tanti “siti contaminati” esistenti in Italia: depositi delle scorie di molte fabbriche abbandonate, discariche di rifiuti industriali e urbani, zone che non possono essere occupate senza pericolo per la salute, terreni i cui veleni scorrono lentamente nel sottosuolo e si disperdono nei pozzi o finiscono nei fiumi e poi nel mare, che avvelenano vegetali, animali e alla fine gli stessi esseri umani. Soltanto da pochi anni, per legge, i siti contaminati devono essere sottoposti a operazioni di bonifica consistenti nella pulizia del suolo e nella depurazione delle acque per eliminare le principali sostanze inquinanti tossiche.

Oggi sono stati identificati 39 “siti di interesse nazionale” (SIN), la cui contaminazione è particolarmente grave ed estesa, poi altri 18 la cui bonifica è di competenza regionale, ma ne esistono molti altri che devono essere bonificati dagli enti locali. La bonifica presuppone delle costose e complicate indagini per riconoscere, zona per zona, quali inquinanti sono presenti, in quale concentrazione, a quale profondità nel suolo e nelle acque si sono diffusi nel corso spesso di decenni. La risposta può venire dal lavoro di chimici, biologi, ingegneri e storici dell’industria e dell’ambiente.

COSTI - Le bonifiche dei siti contaminati, infatti, costano moltissimi soldi, ma comportano anche nuovi posti di lavoro e richiedono nuove competenze; se infatti finora esiste una chimica e tecnologia industriale che spiega come fabbricare le cose, adesso occorrono altre conoscenze tecnico-scientifiche per riconoscere, eliminare e distruggere i residui e le scorie delle attività umane. Senza contare i molti terreni e le molte cave che sono stati usati per discariche di rifiuti industriali e tossici e anche urbani, discariche che devono essere anch’esse bonificate con operazioni ancora più complicate e costose di quelle delle scorie industriali e delle fabbriche abbandonate. Mentre alla composizione di tali scorie si può risalire, bene o male, conoscendo i processi produttivi, nelle discariche abusive si scopre che è finito di tutto, da fusti contenenti sostanze tossiche o radioattive, a copertoni di autoveicoli, a pezzi di amianto, una delle sostanze più pericolose per la salute. Per ricostruire la storia e la geografia dei siti contaminati il Museo dell’Industria e del Lavoro di Brescia ha organizzato, proprio nella “città della Caffaro”, il 14 e 15 ottobre prossimi, un convegno sul tema: “Puliamo l’Italia; dall’archeologia industriale alla rigenerazione del territorio” (Per informazioni si può telefonare a 320-6359-812 o 338-5898-620). E’ una iniziativa, unica per il carattere interdisciplinare dei partecipanti e degli interventi, che si propone di raccogliere e fornire informazioni e documentazioni (nel sito www.industriaeambiente.it), utili per le amministrazioni pubbliche responsabili delle bonifiche, e di creare un coordinamento fra comuni e associazioni interessate alla rinascita in sicurezza dei rispettivi territori. Il convegno di Brescia è una chiamata a raccolta di tutti coloro cui sta a cuore tale rinascita e spero che partecipino anche amministratori e studiosi pugliesi e meridionali.

Fra i SIN in Puglia ci sono Manfredonia, Bari (Fibronit), Brindisi, Taranto; in Basilicata ci sono Tito e la zona industriale di Val Basento. Ma le amministrazioni locali devono fare i conti con molte altre zone inquinate; dalla SAIBI di Margherita di Savoia, al Gasometro di Bari, e devono vigilare con opportuni controlli perché c’è il rischio che, per spendere meno soldi, vengano fatte superficialmente le analisi delle zone inquinate, che le bonifiche vengano fatte con fretta, magari grattando un po’ di terreno superficiale tanto per dire che la zona è decontaminata e può essere venduta e usata per appetibili speculazioni edilizie. “Bonifica” dei siti contaminati non è, quindi, soltanto un impegno per salute e ambiente, ma è anche una occasione per i cittadini e le amministrazioni di riappropriarsi dei territori, di svolgere un buon governo ambientale e di sconfiggere la violenza di inquinatori e criminali.

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