Martedì 26 Marzo 2019 | 00:47

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La rincorsa senza fine tra debiti e manovre

di Giuseppe De Tomaso

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Una volta provvedeva lo Stellone a proteggere lo Stivale. Ma, da quando i trattati europei hanno scomunicato la monetizzazione del debito, lo Stellone (che purtroppo faceva rima con inflazione) se n'è andato in vacanza e non è più tornato. I governanti italiani avrebbero potuto rimediare alla novità, e sfuggire alle reprimende dell'Europa virtuosa, sposando la filosofia del risparmio, cioè del freno alla spesa pubblica improduttiva e parassitaria.

Invece, manco a pensarlo. Eppure quando un'azienda o una famiglia si ritrovano con i bilanci in rosso, sono le forbici il primo arnese cui chiedono soccorso, in ossequio a un vecchio, ma sempre valido principio: i costi sono sempre più importanti dei ricavi. Ecco.

Non si capisce perché, persino nelle situazioni più disperate, lo Stato non debba mai accettare di sopportare sacrifici, preferendo viceversa scaricare sulla collettività, e in particolare sulle future generazioni, il peso dei debiti che contrae con l'incoscienza di un frequentatore di casinò.

Il bipolarismo tra Imu e Iva, tra i sostenitori della tassa sugli immobili e i fautori della tassa sui consumi, ha dell'incredibile, per non dire del farsesco. Ogni schieramento ritiene di possedere la ricetta giusta per non incorrere nelle infrazioni alle regole europee e per non ostacolare la tanto agognata ripresa economica. Ma pochi riflettono sul fatto che per agganciare il carro della crescita non serve azzeccare la tassa giusta (Imu o Iva), ma bisogna imboccare una strada opposta, quella dei tagli alla spesa, dal momento che le tasse saranno pure bellissime, come sospirava la buonanima di Tommaso Padoa Schioppa (1940-2010), ma di sicuro sono recessive, oltre che limitative (soprattutto per i più deboli) della libertà personale.

L' esempio più convincente della necessità di ridurre le uscite proviene proprio dalla Svezia che, dopo aver dato vita al Welfare più completo e funzionante del pianeta, ha ritenuto opportuno ridurre le imposizioni, per evitare di scoraggiare anche gli imprenditori più capaci e ambiziosi. Risultato: oggi il Paese scandinavo è più veloce degli stessi tedeschi nella moltiplicazione di benessere e ricchezza.

Ora. O si riesce a spuntare un ammorbidimento dei comandamenti europei, per la verità alquanto talebani, soprattutto in materia di deficit (il 3%? Perché non il 4%?) e di investimenti pubblici o ci si deve concentrare sulla dieta della spesa, sia a livello centrale che a livello locale. Altre terapie sono precluse, a cominciare appunto dall'antica monetizzazione del debito.

Finora, però, tutti i governi hanno scelto di affrontare le varie emergenze con il più collaudato tra i piloti automatici: il prelievo fiscale. Ma a furia di prelevare, le tasche degli italiani si sono svuotate, tanto che le stesse previsioni sul surplus di entrate dopo una manovra impositiva sovente hanno deluso le attese: nessun legislatore, per quanto informato o intelligente, potrà mai conoscere in anticipo gli effetti di un provvedimento. Se ne fosse a conoscenza sarebbe un parigrado del Padreterno.

Non a caso tutte le manovre, compresa quella preannunciata dal ministro Fabrizio Saccomanni, non sono e non saranno mai esaustive e definitive. Quasi sempre creano le condizioni per manovre successive: la risposta di milioni di operatori, consumatori e lavoratori non corrisponde mai agli schemi da lavagna o da tavolino abbozzati dagli esperti ingaggiati dalla classe politica.

Enrico Letta si trova a un bivio. Se optasse per i tagli di spesa, a partire dalla miriade di enti inutili, farebbe una scelta giusta, ma un minuto dopo si ritroverebbe sfrattato da Palazzo Chigi, perché egli nulla potrebbe fare contro le reazioni dei penalizzati e dei relativi protettori. Se invece optasse per un nuovo rialzo delle tasse si ritroverebbe, nel giro di pochi mesi, di fronte alla caduta libera del Pil, che già oggi desta più preoccupazioni di un bimbo disperso in pieno agosto sulla costiera romagnola.

Oddio. In un Paese normale, la Grande coalizione rappresenta la formula più sperimentata per avviare politiche impopolari, volte appunto a intaccare i privilegi di clientele e apparati pubblici. Con una Grande coalizione al vertice, nessuno rischia di pagare da solo, sul piano elettorale, le conseguenze di decisioni dolorose e di tagli doverosi. Ma l'Italia tutto è tranne che un Paese normale. Solo da noi, può accadere che gli avvisi di commissariamento da parte degli organismi internazionali abbiano meno risalto, nel circo politico-informativo, della resurrezione di una sigla politica o del congresso di un partito da celebrare entro qualche mese.

Cosicché, pur di non assumersi la responsabilità di tagliare alcunché, governi e partiti decideranno di aumentare ora l'Iva ora l'Imu, ricorrendo a una terribile tecnica manipolatoria, degna del Grande Fratello orwelliano: alzare le imposte mentre si annuncia il loro ridimensionamento. Scommettiamo: nel volgere di poco tempo rispunteranno sia la tassa sulla prima casa sia il ritocco dell'imposta sui consumi. Si giurerà e spergiurerà che non accadrà più e che sarà davvero l'ultima volta. Un copione che va in onda dalla fine del miracolo economico post-bellico e che terminerà quando il Belpaese verrà sorpassato pure dall'Africa nella lotta alla povertà.

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