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Case chiuse meglio aperte

di Lino Patruno

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Che si dica “via le prostitute dalle strade”, d’accordo. Ma non ha molto significato dire “riapriamo le case chiuse” perché in verità non sono mai state chiuse, al massimo hanno cambiato nome. Già il 35 per cento delle 70mila prostitute in Italia lavorano in alberghi o case private. Se ne riparla perché entro fine settembre dovranno essere raccolte le 500mila firme di una proposta di referendum per abrogare la famosa legge Merlin, quella che nel 1958 rese illegali le case di tolleranza, vietando la prostituzione al chiuso in forma organizzata, oltre a quella minorile. Da allora le iniziative contro la Merlin sono state una cinquantina: tutte però ferme in Parlamento. Infrante sul muro delle divisioni. O, peggio, dell’ipocrisia.

PROSTITUZIONE E LEGGE MERLIN E’ difficile che le 500mila firme si raggiungano in così breve tempo, perché l’iniziativa è partita in piena estate, promotore Giovanni Azzolini, sindaco leghista di Mogliano Veneto (Treviso), sùbito seguito da altri colleghi soprattutto nordici, e da varie associazioni. Slogan: “Salviamo i nostri marciapiedi”. Ma, al di là del referendum, sarebbe appunto il caso che fosse il Parlamento a prendere l’iniziativa di una legge anti-Merlin o post-Merlin. Insomma, sarebbe opportuno che in Italia riaprano le case chiuse, anche se non sono mai state effettivamente chiuse.

Nei giorni scorsi è stato abbattuto a Bari il cosiddetto Villino delle Rose, palazzotto al quartiere Libertà che una città più amante della bellezza non avrebbe mai dovuto abbattere. Ma era ricordato soprattutto come l’ultimo casino legale del tempo, l’ultimo prima della Merlin. In quelle case era sicuramente garantita l’igiene, molto più di oggi la sicurezza, forse anche la libertà delle ragazze. La legge ne gettò in strada migliaia, strappandole alle cure delle maitresse e consegnandole alla violenza degli sfruttatori. Ma quello Stato di allora non poteva continuare a legalizzare un’attività che riscopriva immorale. Non poteva essere tenutario. Perché quello era un Paese che si ritrovava democristiano, democratico e cristiano, disposto a perdonare tutto purché non si vedesse e non se ne parlasse.

Lo spettacolo delle ragazze in strada, italiane o straniere (la metà), è umiliante anzitutto per loro. E le schiave del sesso sono una fra le più aberranti pagine della disumanità del mondo. Bisognerebbe punire i 9 milioni di clienti che ci vanno in Italia, consentendo un giro d’affari ampiamente illegale dai 3 ai 6 miliardi l’anno. Ma non si può fare un’ecatombe né sindacare sulle abitudini altrui, altrimenti si fa il peggio del peggio: lo Stato etico, e di polizia. La prostituzione è il mestiere più vecchio del mondo, piacerebbe che non ci fosse ma ciascuno è libero di prostituirsi quanto gli pare. E reato non è prostituirsi ma sfruttare la prostituzione altrui. Si può però concludere allora che, tanto vale, meglio far finta di niente?

TORNARE ALL’ANTICO Case chiuse non vuol dire solo legalizzare quelle che già ci sono, e spesso camuffate, dai centri estetica ai disco-pub. Sarebbero già legali, se non ci fosse reclutamento e sfruttamento. Ma vuol dire proibire la strada, evitare che sia a cielo aperto anche per i minori (che magari vedono già tutto in tv) e degrado sociale di adescamento, falò, trattative. E significa dare alle ragazze al chiuso tutela sanitaria e difesa dalla violenza, con meno costi per tutta la collettività. Non incentivare, tanto si ripete da Adamo ed Eva, ma gestire. Così, si osserva anche, diventa un’attività come tutte le altre, quindi reddito tassabile.

Non campate in aria le tesi delle associazioni di volontari anti-tratta. Per loro sarebbe più difficile intercettare le ragazze sfruttate al chiuso, quindi liberarle e reinserirle nella vita. E nessun vantaggio contro lo sfruttamento si sarebbe avuto per le vittime nei Paesi che hanno legalizzato i bordelli. Si tratterebbe solo, aggiungono, di fare cassa su di loro, anche se nessuno può tirare la prima pietra con uno Stato che fa cassa col Gratta e Vinci e con le scommesse.

Vorremmo tutti che le donne non dovessero o volessero più vendere il loro corpo, specie se bambine, come avviene in troppi Paesi di un mondo che si picca di essere il più civile della storia. Ma lo fanno, e non si riesce e non si può impedirlo. Si può, però, provare a circondare di dignità la loro scelta o necessità. Non rifugiandosi comodamente nella morale, troppo seria per lasciarla in mano ai moralisti a nome altrui.

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