Martedì 26 Marzo 2019 | 23:44

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Ridere e piangere a Venezia

di Oscar Iarussi
di OSCAR IARUSSI
Venezia s’innamora di «Philomena». Risate, commozione, applausi per il film del britannico Stephen Frears, con Judi Dench nel ruolo del titolo (l’attrice ha 79 anni, dal 1995 veste i panni di M nella saga di 007) e il compassato/scatenato Steve Coogan a farle da «spalla» di lusso.

Quest’ultimo, a lungo volto comico della BBC, è anche co-sceneggiatore e co-produttore della deliziosa tragicommedia, un esempio di scrittura cinematografica dai dialoghi irresistibili, ieri in concorso alla Mostra. Di scena c’è una anziana infermiera in pensione, madre di una quarantenne, in cerca di notizie sul figlio «frutto del peccato» che mezzo secolo prima le fu strappato dalle suore in un convento irlandese. E’ una delle Case Magdalene sulle quali proprio la Mostra di Venezia contribuì a scoperchiare i soprusi ai danni delle ragazze, assegnando il Leone d’oro a un’opera dello scozzese Peter Mullan che suscitò parecchie polemiche in ambito cattolico (The Magdalene Sisters, 2002).

Dove finì il bambino della giovane Philomena? Come è cresciuto e dove vive? Serba qualche ricordo della vera mamma? Perché le suore non le hanno mai voluto fornire il minimo indizio? Ad aiutare Philomena Lee nell’ardua indagine c’è il giornalista Martin Maxsmith (che nella realtà ha scritto il libro da cui è tratto il film, interpretato appunto da Coogan), reduce da un’avventura come portavoce politico appena archiviata in malo modo. Viene coinvolto per caso e, mentre medita di scrivere un saggio sulla storia russa, si rimette in gioco grazie all’inchiesta su Philomena per un tabloid popolare che finanzierà anche un loro viaggio negli Stati Uniti.

Il film di Frears - The Queen e Tamara Drewe i suoi ultimi successi - è stato già acquistato per la distribuzione italiana dalla sempre attentissima «Lucky Red» di Andrea Occhipinti (uscirà a febbraio 2014). Non staremo perciò a svelarne sviluppi e battute centrati sull’incontro/scontro dei due personaggi: lei ancora assai devota nonostante il torto subìto dalla Chiesa, nonché tenace lettrice di romanzetti rosa; lui agnostico e ironico fino al cinismo.

«Sono un giornalista, noi viviamo di domande», dice, e le chiede perché mai, se il sesso libero è così bello, la religione lo inibisca ai credenti («Cos’è, un gioco per ingannare la noia dell’onnipotenza di Dio?»). Conta l’esito della vicenda in terra americana, dove il bimbo fu adottato/deportato da una famiglia benestante e dove da adulto omosessuale ha fatto un’importante carriera, diventando addirittura consulente del presidente Reagan. Infine, il punto di vista, lo sguardo, l’etica del perdono, la sapienza istintiva diPhilomenasi mostreranno più provvidi e rasserenanti della rabbia e del (giusto) sdegno di Martin.

Genitori e figli

A parti inverse o con differenti valenze simboliche il tema ricorre in altri titoli visti ieri alla Mostra di Venezia. E’ il caso di Child of God basato sull’omonimo romanzo di Cormac McCarthy (Figlio di Dio, 1974, tradotto in italiano da Einaudi nel 2000) e diretto dalla star americana James Franco, che si ritaglia una particina. Protagonista del film in concorso è il nuovo divo Scott Haze, amico di Franco fin dalla comune frequentazione scolastica della Playhouse West a Los Angeles e che sarà nel cast anche dell’atteso film del Nostro dedicato allo scrittore maledetto Charles Bukowski (2014). Haze è Lesler Ballard, un reietto e un asociale che vive di espedienti nei boschi col suo vecchio fucile sempre in mano, da quando all’età di undici anni assistette al suicidio del padre per impiccagione. E’ anche un serial killer di giovani donne, affetto da necrofilia, insomma un personaggio ributtante e pericoloso realmente esistito negli anni Cinquanta del ‘900.

Tuttavia a Franco come già a McCarthy – autore fra l’altro della Trilogia della frontiera, di Non è un paese per vecchi e La strada – ciò che più interessa è la dimensione selvaggia di Lesler Ballard, il suo essere fiero campione della wilderness, lo stato di natura, con una paradossale «innocenza» che rinvia ai primordi del Nuovo Continente. Pur senza alcun intento assolutorio, fa testo il finale del film in cui il protagonista in fuga dai parenti delle vittime emerge dalle caverne all’aria aperta, con un braccio solo (l’altro gli è stato amputato), sporgendo una mano scultorea alla Rodin oltre il terreno. Tra le radici e il cielo, quella mano è “pura” America.

Fare squadra conta

Un ragazzo cresciuto senza padre c’è anche in Il terzo tempo, l’opera prima di Enrico Maria Artale presentata nella sezione competitiva «Orizzonti» e amichevolmente accompagnata sul tappeto rosso festivaliero da sei campioni della nazionale italiana di rugby. Samuel (Lorenzo Richelmy), cresciuto in condizioni difficili e violente, è partecipe di un programma di riabilitazione di un’azienda agricola dove il suo supervisore (Stefano Cassetti) lo introduce al gioco della palla ovale. Sarà un nuovo inizio esistenziale anche grazie al rapporto con la figlia dell’allenatore (Margherita Laterza, figlia dell’editore barese Giuseppe Laterza). Un buon esordio collettivo per i giovani cineasti che hanno fatto squadra al Centro Sperimentale e poi trovato in Aurelio De Laurentiis, il produttore che ha coraggiosamente scommesso su di loro.

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