Martedì 26 Marzo 2019 | 02:51

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«Geooorge. Geooorge. Geooorge». Venezia impazzisce per le O di George Clooney, se è vero com’è vero che già nell’aeroporto o alla stazione lagunare, per non parlare dei vaporetti diretti al Lido dove ieri s’è inaugurata la 70.ma Mostra del cinema, non c’è chi non chieda: è arrivato? Dov’è? Che cosa fa? Dal canto suo il divo americano – 52 anni - ricambia cotanto affetto e si concede generosamente ai cacciatori di autografi e ai paparazzi mai così numerosi all’approdo del Casinò quando, ieri all’ora di pranzo, Clooney ha messo piede sull’Isola del Cinema provenendo dalla lussuosa suite del «Cipriani» alla Giudecca. Non un hotel, piuttosto una leggenda a cinque/sei stelle riservata alle stelle, nel cui bar «Gabbiano» da qualche anno si serve il «Buona notte» - lime, zucchero di canna, buccia di cetriolo, zenzero, vodka e succo di ribes –, il cocktail «brevettato» da George durante uno dei suoi soggiorni festivalieri. E nei Tg càpita di ascoltare il conduttore impegnato in ardito e impunito gioco di parole fra Canalis e Canale, pur di evocare Elisabetta, penultima fiamma stabile (un ossimoro, si sa) del bellissimo attore, regista, produttore e sceneggiatore premiato con due Oscar, attualmente single; intendiamo al momento di andare in stampa, poi, quién sabe?

Clooney è l’interprete, in verità secondario rispetto al protagonismo di Sandra Bullock, del film d’apertura della Mostra, Gravity, il 3D diretto dal messicano a Hollywood Alfonso Cuaron (Y tu mama tambien, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban) che ieri sera è stato applaudito. La passeggiata nello spazio di una brillante dottoressa e di un esperto cosmonauta si trasforma in una tragica avventura, tempestata di meteoriti e detriti celesti, cui sopravviverà soltanto lei. La Bullock, a sua volta premio Oscar e alle soglie dei cinquanta, è giunta a Venezia con il piccolo Louis di tre anni, adottato nel 2010. Elegantissima fin dal mattino nell’abito a fasce orizzontali colorate e di sera in rosso, ha raccontato di essersi preparata fisicamente praticando yoga e altre discipline (vent’anni fa si rivelò grazie alle pirotecnie atletiche di Speed) per le riprese di Gravity realizzate in una «scatola luminosa» priva della forza di gravità.
Ha confidato inoltre di aver più volte fatto e ricevuto telefonate da astronauti della NASA – che talora erano in orbita! - ottenendone preziosi consigli: «Volevo rimuovere dal mio personaggio ogni residuo aspetto femminile, materno, e trasformarlo in un corpo come una macchina, androgino» .

E’ vero ciò che sostiene Cuaron: «”Gravity” è una performance quasi astratta, perché mette i personaggi di fronte alle emozioni scatenate dalle avversità, ma in un contesto inusuale e unico, rarefatto e quasi impossibile. La lacrima cristallizzata di Sandra nel passaggio cruciale del film è il simbolo di ogni lacrima di uomo o donna che sente incombere la sconfitta, però non si ar rende”. Non per niente, il film ha avuto bisogno di quasi cinque anni dal concepimento all’edizione (uscirà in Italia distribuito dalla Warner Bros. il 3 ottobre) e può suggerire interpretazioni critiche sulla leggerezza e pesantezza dei corpi, e via in cerca di metafore sul Cinema stesso con la sua ambizione di librarsi oltre le difficoltà del momento. «Viviamo anni confusi da troppi rumori di fondo e da clamori passeggeri, i festival come Venezia servono a recuperare nitore», ha detto ieri il direttore Alberto Barbera nella conferenza stampa inaugurale. Mentre il presidente della giuria internazionale di Venezia 70, il regista Bernardo Bertolucci (da qualche anno costretto sulla sedia a rotelle), era quasi incredulo del fatto che un giornalista cinese in perfetto italiano gli chiedesse come mai avesse in un primo tempo rifiutato e poi accettato di sovrintendere ai lavori veneziani dei prossimi giorni. «Ho imparato l’italiano dopo aver visto il suo capolavoro “L’ultimo imperatore”». «Ne sono onorato – ha risposto Bertolucci -. Avevo dapprincipio declinato l’invito di Barbera perché si tratta di una autentica fatica, ho cambiato idea grazie a una lettera del direttore e dei selezionatori della Mostra con un forte richiamo alla responsabilità che io avrei, e ho, verso il cinema, soprattutto rispetto agli spettatori più giovani». Per lui una breve standing ovation: «Sappiamo che il cinema non può cambiare il mondo, ma può crearlo, un mondo».

Giovani molti dei cineasti nelle varie giurie delle sezioni festivaliere, al fianco di mostri sacri come il musicista Ryuichi Sakamoto o l’attrice-scrittrice Carrie Fisher. Facciamo qui solo i nomi di Golshifteh Farahani, «la Liz Taylor iraniana», attrice trentenne in esilio a Parigi dopo aver posato a seno nudo contro gli abusi sessuali, per la quale il bel tenebroso Louis Garrel ha mollato Valeria Bruni Tedeschi, e dello scrittore rumeno Razvan Radulescu, che non si sa quando riuscirà ad arrivare a Venezia perché derubato ieri l’altro in Francia, a bordo di un treno, di tutto il bagaglio, documenti inclusi. Tuttavia la festa del cinema di ieri, conclusasi dopo la proiezione di Gravity con una cena di gala sulla spiaggia dell’«Excelsior», ha avuto appunto in Clooney il suo mattatore. E basta riportare un paio delle sue battute/risposte per capire perché. George, come si è preparato al film? «Bevendo tanto». E cosa pensa, lei sempre molto impegnato politicamente, del possibile intervento militare di Obama in Siria? «Le rispondo volentieri su un tema che mi vede più preparato: è giusto che Ben Affleck sia il nuovo Batman?». Il tutto «cluneggiando » di qua e di là: mossette, sopraccigli alzati, sorrisi, ammiccamenti. L’America, praticamente.

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