Domenica 24 Marzo 2019 | 06:24

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Il pallone, croce e delizia del Paese che non cambia

di Antonio Biasi

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Si ricomincia. Dopo un’estate di tribolata astinenza e di claudicante mercato, ancora in via di definizione, il calcio italiano ritrova il pallone che conta. Non più amichevoli mascherate da torneo in terre lontane, ma sfide sui prati di casa nostra, ancorché malandati.
 

Certo il campionato di serie A torna nel prossimo week-end, ma l’atmosfera è già quella di sempre. Ed è questo il punto. Nulla è cambiato. Come da solida tradizione italica non uno dei problemi che tormentano il nostro calcio, ormai da lunga pezza, è stato risolto.

Il disastro stadi di proprietà. Tutti ne parlano, tutti progettano, tutti cercano finanziatori o cofinanziatori, ma lo Juventus Stadium resta solo soletto in cerca di compagni d’avventura.

Il calcioscommesse. Pericoloso parlarne, si rischia la querela. Del resto se la magistratura «vera» funziona come funziona, cioè malissimo, perché dovrebbe andar meglio quella sportiva? Fra condanne sommarie che colpiscono i soliti indifesi e «assoluzioni» generosissime che benedicono i soliti potentati c’è da farsi un fegato grosso così. In mezzo a tutto questo la certezza che nulla è stato corretto. Da anni, sui campi di gioco si concludono gli accordi più turpi, fra società a dubbia gestione o calciatori dal notevolmente ridotto spessore morale (come si diceva una volta). Inutile portarla per le lunghe, vedremo ancora molti strani risultati sui quali sarà lecito, anzi doveroso, dubitare.

Le ristrutturazioni societarie. In via di estinzione «i ricchi scemi», come li chiamava Gianni Brera, ci toccherà pure confrontarci con magnati dai nomi esotici che fanno fatica a distinguere un terzino da un centravanti, ma hanno i soldi e tanta voglia di farsi conoscere da quelli che contano nel mondo che conta. Poi ci sono tanti che i soldi, in realtà non li hanno ma fingono di averli e provano a salire, talvolta riuscendovi, sulla tolda di società dal glorioso passato. Risultato, mai come negli ultimi anni, e non solo per la crisi economica, scompaiono compagini, che a tutti i livelli, grandi e piccoli, han fatto la storia del calcio. Se non ci fosse l’amata-odiata pay-tv a sostenerlo, il baraccone si fermerebbe del tutto. Eppure all’estero le cose vanno diversamente. Ma noi siamo sempre un’altra cosa, inutile sperare d’importare qualcosa di buono. Dagli altri prendiamo solo il peggio, rinnegando anche quel poco di decente che sappiamo fare.

«L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare», insegnava Gino Bartali. Ma nonostante ciò l’Italia non vive senza il calcio, anzi quasi vive di solo calcio, visto lo stato di tutto il resto. Forse perché «il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo» come spiegò con anticipo sui tempi Pier Paolo Pasolini. Forse non ci resta altro per gioire e piangere, sognare e disperare, pregare e litigare. La realtà è così brutta che ci accontentiamo di uno spettacolo sempre più mediocre e sempre più truccato. Lo sappiamo ma preferiamo ignorarlo. Forza ragazzi. Finché dura.

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