Martedì 19 Marzo 2019 | 16:16

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L’eredità di Berlusconi resterà in famiglia?

di Giuseppe De Tomaso
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L’Imu (gia Ici) è una tassa filo-berlusconiana. Non nel senso che piace al leader del centrodestra, ma nel senso che da sempre offre al Cavaliere il cavallo di battaglia più efficace per le sue campagne elettorali. Popolare e giustificato di suo, facile a comprendersi per ogni elettore, il no all'imposta sulla casa ha consentito a Berlusconi vittorie nette e rimonte miracolose, tanto da indurre più di un analista a chiedersi come mai il centrosinistra abbia concesso al suo avversario un jolly così marcato alla vigilia di ogni competizione.

Tra qualche mese potrebbe andare in onda lo stesso film elettorale, con il Cavaliere pronto a capeggiare la rivolta contro l'odiosa imposta e con il centrosinistra costretto alla difensiva. Sì, perché l'aria che tira non ha bisogno di raffinati esegeti. Berlusconi attende dal Quirinale un segnale-salvacondotto che lo tiri fuori dal tunnel giudiziario in cui si trova. Giorgio Napolitano, con ogni probabilità , deluderà le aspettative di Arcore, limitandosi a concedere una mezza grazia solo in caso di abbandono dell'attività politica da parte del condannato. Il che scatenerà, nel Pdl, il partito dei falchi, mai così combattivo come negli ultimi mesi. Certo, resta in sospeso il verdetto della Corte Costituzionale sul sistema elettorale denominato Porcellum, il che scoraggia manovre preelettoralistiche immediate. Ma lo scenario sembra delineato.

Una volta fissata la data del congresso Pd, e risolto il rebus della riforma elettorale, gli italiani saranno richiamati alle urne verso febbraio-marzo 2014, a meno che Enrico Letta non riesca a realizzare un prodigioso mini-compromesso storico sull'Imu, togliendo al Pdl l'argomento chiave per rompere la coalizione: quello, appunto, sul balzello più detestato dagli elettori.

Oggi la situazione si può fotografare così: Berlusconi ha rialzato il tiro contro l'Imu perché vuole contropartite sulla giustizia e sulle sue vicissitudini giudiziarie. E siccome difficilmente riuscirà a ottenere l'amnistia sostanziale che invoca da Napolitano, si ritroverà obbligato a seguire il percorso di guerra già programmato dai Verdini e dalle Santanchè.

Un percorso che prevede il passaggio dello scettro pidiellino-forzista dal padre Silvio alla figlia Marina, anche se l'erede non sembra particolarmente entusiasta della prospettiva. Sia perché finora - ragiona la primogenita - lei non ha mai avuto modo di cimentarsi con un qualcosa riconducibile a un contesa politica. Sia perché - pensa in cuor suo - si ritroverebbe ad affrontare il concorrente più difficile che le potesse capitare: Matteo Renzi. Intendiamoci. Il sindaco di Firenze deve ancora superare l'ostacolo più ostico: la conquista del Pd. Ma dal momento che i sondaggi lo premiano più di quanto il gentil sesso premi Richard Gere, il rottamatore si presenta come il candidato più accessoriato per la presa prima del Pd, e successivamente di Palazzo Chigi, senza dover far ricorso a complessi marchingegni in materia di alleanze. Non a caso, quattro mesi fa, Berlusconi alzò un muro invalicabile contro il ragazzo di Firenze nel ballottaggio tra lui (Matteo) e Letta (Enrico) per la presidenza del consiglio.

Renzi è un giovanotto, e anche Lady Berlusconi (Marina) per certi versi è ancora una giovincella, politicamente parlando. Ma Matteo partirebbe con due fattori di vantaggio. Uno: pur non avendo raggiunto la quarantina, egli si atteggia e si comporta da politico navigato, soprattutto nel ramo della comunicazione, voce in cui eccelle il capo storico del centrodestra. Due: pur avendo una storia tutta all'interno del Pd, Renzi è l'unico dirigente del centrosinistra in grado di raccogliere voti nel centrodestra, obiettivo di cui si gloria, e che non si premura di nascondere. Anzi.

Marina Berlusconi, per dirla con Flavio Briatore, vanta un marchio fondamentale (il cognome) nel centrodestra, ma non sembra possedere le doti per sfondare nel centrosinistra. Eppoi, restano ancora tutte da scoprire le sue qualità comunicative. Quanto Marina è simile al padre? Quanto è diversa da lui?

L'impressione più accreditata è che l'operazione Marina sia alquanto acrobatica, e che a Berlusconi convenga scegliere un successore al di fuori dei confini familiari, sia per le ragioni accennate precedentemente sia perché la soluzione dinastica raddoppierebbe problemi e contese. Si dice: anche altrove il potere si trasmette all'interno delle famiglie, come dimostrano i casi dei Kennedy, dei Bush e dei Clinton. È vero. Ma il passaggio delle consegne nelle casate sopra citate si è svolto fra persone che erano entrate da tempo nell'agone della politica. Nessuno, fra i Kennedy, i Bush e i Clinton, ha scoperto il fascino del Palazzo all'indomani dell'uscita di scena del parente principale. Tutti avevano già una carriera politica avviata. Il che, semmai, ha reso più facile e accettata la cooptazione.

Non è il caso dei Berlusconi, che si ritroveranno a decidere in una situazione inedita, mai affrontata in quasi tutte le democrazie del globo. Certo, il Cavaliere è un lottatore nato, provvisto di inventiva e fantasia. Potrebbe estrarre dal cilindro le soluzioni più inattese. Chissà. Ma la soluzione Marina non si preannuncia come una passeggiata. A meno che la signora abbia ereditato dal suo ingombrante genitore quel quid da lui cercato e, a suo dire, mai effettivamente trovato tra gli attuali colonnelli del centrodestra. Bah.

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