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Le vacanze brevi fanno bene allo spirito

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Le vacanze brevi? Sono quelle che meno ci sottopongono agli sbalzi d’umore... Lo prescrive un’ultima ricerca del “Journal of Travel Research”, appioppando così un altro colpo letale al mito delle ferie medio-lunghe. Congiuravano contro, da qualche anno, i prezzi in ascesa della benzina, le difficoltà a racimolare il budget per il tempo libero, l’ansia per i pericoli cui ci sottopone il movimento. Un puzzle di percorsi accidentati e un itinerario a ostacoli che ci avevano consigliato di accorciare accorciare e accorciare, fino allo stanchevole mordi e fuggi di un week end, la condizione di turista.

L’ultimo consiglio a ridurre viene da una ricerca sul campo (mare-montagna) che ha (in)seguìto e compulsato l’homo vacans negli umori delle fasi pre durante e post vacanze. Si è scoperto che, intorno ai dieci giorni, dopo l’ascesa dei primi, interviene una caduta repentina del benessere. Nelle vacanze lunghe, le oscillazioni sono meno critiche. Sicché, alla fine l’elisir delle buone vacanze si è rivelato quello della tenuta breve, riassumibile nella formula > 1 giorno da ciuccio, 7 da gazzella. Un altro segnale che, nei mutamenti intervenuti nella nostra vita, quello della vacanza, in un più generale riassetto del tempo libero, è tra i più rilevanti.

In principio, per gli abbienti, era il lungo viaggio, un po’ sulla scia del Grand Tour dei rampolli borghesi; e, prima ancora, il soggiorno d’albergo. Era un privilegio di pochi, nell’immobilismo totale, tanto che fortunati apparivano quei bambini che, grazie ad enti assistenziali, potevano andare nelle “colonie”. Poi, nella politica delle vacanze di massa, sono intervenuti i viaggi nelle capitali oppure i soggiorni nelle case prese al mare o in montagna, una scimmiottatura del soggiorno estivo delle grandi famiglie.

La vera rivoluzione nei viaggi è stata tuttavia rappresentata dalla motorizzazione, che ha accorciato le distanze, distrutto le diversità, appiattito le peculiarità e diversità dei luoghi. Poi sono arrivati i tempi della crisi che hanno rastrellato i bilanci, fanno impennare i prezzi per il carburante, innalzato un po’ dappertutto il costo dei servizi di trasporto.

I due gravi incidenti delle ultime settimane, occorsi in Spagna e nel nostro paese, su mezzi diversi ma vicini come il treno e il pullman, indicano che tutto il sistema è in grave sofferenza per un concorso di cause (deficienze strutturali, errori umani ecc. ). Il risultato è però quello che tutti conosciamo, un’ ulteriore frenata alla voglia di andare che costituisce una delle forme avanzate del senso della libertà.

L’uomo nella storia si è mosso per necessità di fame o di fede, perseguitato per le sue idee o percosso dal flagello della povertà. Continua a farlo, ma oggi la modernità ha introdotto un’altra libertà di movimento, quella di chi vuole andare per conoscere, per aprire i suoi orizzonti mentali, per allargare la sua cultura.

Le tirannie hanno provato a frenare le migrazioni dettate dal bisogno e dall’anelito della libertà, ed oggi provano anche a limitare il puro istinto. Le ferie non sono più vacanze, dettate dal bisogno di svuotare, di “vacare”, di cercare una pausa, ma riversano nella parentesi quanto era fuori nel tempo di tutti i giorni. Ecco perché, quanto più si allunga il distacco dal tran tran quotidiano, tanto più è burrascoso il ritorno al menage quotidiano.

Dobbiamo riprendere le ali per uno degli attributi peculiari di questo paese, che nel passaggio dalla società contadina a quella industriale avanzò lungo le direttrici di due rivoluzioni unificanti e parallele: una fu rappresentata dalla televisione e dalla alfabetizzazione alla cultura popolare; l’altra fu appunto il trasporto, delle idee e degli uomini, quella grande conquista che costituisce uno dei capisaldi della libertà di un uomo.

Alla fine, che cosa viene meno se non appunto il movimento e quello che comportava per la crescita economica e culturale del paese? Il movimento, che significa spesso assenza di fatica, di incombenze, capacità anche di muoversi senza pesi, uno stato di benessere di cui l’Italia ha goduto per alcuni decenni. E che la crisi sembra averci tolto per sempre rituffandoci in una sorta di cattività, lacci che ti tengono avvinghiati più che ancorati.

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