Giovedì 21 Marzo 2019 | 07:04

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«Notti di Stelle» un arrivederci a tutto swing

di Ugo Sbisà

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Per chi ha più di un capello bianco, o magari non ne ha proprio, la musica di Glenn Miller e delle orchestre della Swing Era è legata innanzitutto al ricordo della Seconda guerra mondiale e, in modo ancor più stretto, ai cosiddetti V-Disc, i grandi dischi in ceralacca prodotti sotto la direzione del capitano Howard Bronson per lo svago delle truppe americane e registrati gratuitamente dai grandi del jazz di quell’epoca. Grazie a quelle incisioni, lo Swing arrivò in Europa al seguito dei soldati statunitensi e divenne subito la colonna sonora di una generazione che sognava la pace e, soprattutto, una vita migliore dopo gli orrori del conflitto. E tuttavia, quelle melodie che potrebbero sembrare vagamente retrò e che per molti versi, sui ritmi dello swing craze, anticiparono le frenesie del rock and roll (del resto ai tempi dello Swing le acrobazie si facevano col lindy hop) continuano tutt’oggi a fare proseliti. Non è un caso quindi che, per la serata conclusiva delle Notti di Stelle della Camerata, affidata appunto all’orchestra tutta olandese intitolata a Glenn Miller e guidata dal pianista e vocalis Wil Salden, il Petruzzelli fosse affollato da un pubblico di tutte le età e quindi non soltanto legato al ricordo diretto degli anni post bellici.

E diciamo subito che quanti si erano recati al Petruzzelli convinti di fare un tuffo tra le melodie immortali del repertorio di Glenn Miller si sono in realtà trovati davanti a un programma musicale molto più... ricco, nel quale si omaggiava quasi tutta la Swing Era, con numerose dediche: a Benny Goodman col celeberrimo Let’s Dance; a Harry James con i popolarissimi I’ve Heard That Song Before e Trumpet Blues; a Count Basie con One O’Clock Jump; a Woody Herman (e quindi tardo Swing) col celeberrimo Four Brothers. E poi ancora Ray Anthony, Doris Day, Ella Fitzgerald e chi più ne ha, più ne metta. Un tuffo nella storia di una musica che ha continuato a vivere di una vita parallela rispetto alla stessa evoluzione della musica jazz e che Salden e compagni - la big band annoverava anche una vocalist - hanno proposto con grande efficacia, ricreando atmosfere e siparietti (bello il coinvolgimento delle sezioni di fiati in impegni canori e solistici di primo piano), tipici degli anni Quaranta.

E poi Miller, ovviamente, con titoli meno consunti come Starway to the Stars e Moonlight Cocktail, abbinati a evergreens come Moonlight Serenade, St. Louis Blues March, Pennsylvania 65000, Chattanooga Choo Choo e In the Mood, le cui melodie sono state accolte dal pubblico con applausi scroscianti.

Una conclusione festosa che premia le scelte del neo direttore artistico della Camerata, Francesco Antonioni, e che ora rinvia all’edizione n. 26, per la quale il dirigente organizzativo Rocco De Venuto ha auspicato il ritorno sul sagrato della Basilica di San Nicola, di tutte le sedi del festival, certo la più suggestiva e anche la più gradita a pubblico e musicisti. Ora c’è un anno di tempo per lavorare sull’idea e per immaginare di perfezionare questa nuova formula che possa confermare i grandi numeri soprattutto nella platea.

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