Martedì 26 Marzo 2019 | 23:47

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Sa sindaco di Firenze a sindaco d’Italia una corsa a ostacoli con rischio cadute

di Giuseppe De Tomaso

Riuscirà il sindaco di Firenze a diventare il sindaco d'Italia? Matteo Renzi è un tipo svelto e ambizioso. Non fa mistero di puntare al traguardo di Palazzo Chigi. Ma siccome - a dispetto della sua anagrafe acerba - non è nato ieri, lui è il primo a sapere che senza il controllo del proprio partito, il presidente del Consiglio made in Italy può ballare una sola estate oppure, per rimanere in tema, può accontentarsi di un giro di valzer in inverno. Di più non è consentito. Ma riuscire a occupare contemporaneamente la poltrona di segretario, cioè di azionista di maggioranza della coalizione, e la poltrona di capo del governo, cioè di amministratore delegato dell'alleanza, è un'impresa da infarto in Italia, una nazione che pur essendo afflitta dal «complesso del padre», preferisce anche in politica, come nel pallone, quel gioco di rimessa che portò il grande Gianni Brera (1919-1992) a definire «femmina» la tattica di gioco storicamente praticata dalla nazionale azzurra e dai club italioti più titolati.

Insomma. Renzi sa come sia più facile vincere al superenalotto che fare ambo tra guida del partito e direzione del governo. Ma siccome i sondaggi, per lui, costituiscono un autentico massaggio dell'anima (dall’ego estrogenato), Renzi pare orientato a giocare la doppia partita fino all'ultimo minuto.

I sondaggi però non sono come il romantico Francesco Totti che non si muove da Roma. I sondaggi sono più instabili dello zingaro Zlatan Ibrahimovic che ogni anno cambia o vuole cambiare squadra. Di conseguenza, o si afferra l'attimo del favore popolare, o buonanotte al secchio. Anche di questa complicazione Renzi è perfettamente consapevole, come dimostrano i suoi continui motteggi di fiorentinità sul governo in bilico e sul partito democratico in affanno.

Ma nonostante la cospicua frangia di votanti e simpatizzanti che tifano per il sindaco, il rottamatore è davvero destinato a conquistare la segreteria del Pd, una meta che ha già bruciato, in pochi anni, nomi del calibro di Walter Veltroni, Dario Franceschini e Pierluigi Bersani? Bah. Qualche dubbio sorge. Non già perché il Nostro non sia all'altezza del compito, ma perché fino a quando una nuova Costituzione non recepirà anche in Italia il modello Westminster (premier e leader coincidono), ogni tentativo occasionale in tal senso naufragherà come la nave di Schettino.

Non solo. Prima ancora che politica, la distinzione tra Renzi e lo stato maggiore del Pd è di natura antropologica. Renzi e' un incrocio tra un decisore, un guascone e un piacione. Qualità che spesso si rivelano difetti, soprattutto in una forza politica che non ha ancora assorbito e metabolizzato fino in fondo la fusione tra l'anima postdemocristiana e l'anima postcomunista. Già nella Dc i tipi sbrigativi non se la sbrigavano facilmente, come testimonia la vicenda di Amintore Fanfani (1908-1999), lo scalpitante pony aretino, più volte contestato e sfiduciato, nel partito, per il suo carattere ispido e professorale. Ma Fanfani era Fanfani, un cavallo di razza che trainava la Balena Bianca. Eppure.

Renzi non è Fanfani, tutt'al più un bonsai del leader dc (ad onta delle rispettive stature fisiche). Ergo, egli dovrà mettere in preventivo un surplus di mal di pancia anche tra gli ex scudocrociati, legati tradizionalmente a una filosofia dl potere poco esibita e ancora di meno urlata. A questo disagio psicologico democristiano, Renzi dovrà aggiungere la diffidenza degli epigoni postcomunisti, tutt'altro che entusiasti di un giovanotto che ha stravolto anche sul versante mediatico le certezze fin qui consolidate: il centrosinistra investe prevalentemente sulla parola scritta, cioè sui giornali; il centrodestra investe sull'immagine parlante, cioè sulla televisione; il movimento di Beppe Grillo sulla democrazia diretta, vale a dire sul web. Il dirompente Renzi adopera gli strumenti della comunicazione a tutto campo, non disdegnando i rischi che la manovra comporta: l'assuefazione da parte del pubblico, l'infortunio lessicale dietro l'angolo, il logorio del messaggio e dell’identità.

Il rottamatore non è povero di coraggio. Anzi. Ma un redivivo fiorentino come Niccolò Machiavelli (1469-1527) gli ricorderebbe che non basta avere la forza di un leone per sfondare in politica, serve anche l'astuzia della volpe. Il che, forse, porterebbe, o avrebbe già portato, Renzi a chiedersi se davvero gli convenga proseguire la sua carriera istituzionale restando nel partito di Epifani o se invece (non) gli convenga mettersi in proprio, facendosi spingere dal vento propizio avvertito dai sondaggi. Un Renzi più machiavellico e tempestivo avrebbe già colto la palla al balzo alla vigilia della sfida con Bersani alle primarie, cavalcando - per rompere - la tesi della trappola delle regole ai suoi danni. Invece non se l'è sentita di consumare lo strappo, che gli avrebbe consentito di pescare voti anche nell'area berlusconiana allo stremo. E si è rimesso a fare il sindaco, sia pure non a tempo pieno.

Ora, però, il putto di Palazzo Vecchio è a un bivio. Se lancia l'opa sul Pd per poi ipotecare lo scettro di Palazzo Chigi rischia di fare un buco nell'acqua per le ragioni di cui sopra. Se apre una bottega nuova rischia di chiudere dopo due mesi, oppure di terremotare i tre edifici piu alti (Pd, Pdl e M5S) in vista di nuovi scenari. Non siamo soliti scommettere, ma l’impressione è che Renzi stia arando il terreno per dirigersi per verso questa seconda strada.

Così come in alcova è impossibile mantenere il desiderio a tempo indeterminato, anche in politica è impossibile restare per anni al top dell'indice di gradimento, in attesa di un qualcosa che chissà quando e se arriverà.

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