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Federalismo ovvero fiasco annunciato

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È stata una imbambolata collettiva. Hai il raffreddore? Vedrai che col federalismo ti passerà. Il Sud ha un divario inaccettabile verso il resto del Paese? Col federalismo si metterà tutto a posto. I giovani non trovano lavoro? Col federalismo non emigrerà più nessuno. L’Italia ha un debito pubblico scandaloso? Il federalismo sarà come l’albero degli zecchini di Pinocchio: basterà seminarne uno e l’albero crescerà. Pareva il re Mida che trasforma in oro ciò che tocca, il sacro Graal, la soluzione immediata al cubo di Rubik.

Così per quasi un ventennio è stato presentato il federalismo fiscale. Soluzione a tutti i mali italiani. E poco contava che a spacciarlo fosse la Lega Nord, corredato con un razzismo e un disprezzo verso il Sud che avrebbero dovuto insospettire. E i politici meridionali se lo bevevano riecheggiando la famosa battuta del film “Così parlò Bellavista” di Luciano De Crescenzo. Un direttore di banca milanese è mandato a Napoli ed è sùbito notato perché non beve caffè ma the. Coi napoletani che commentano irridendo a questa abitudine nordica: beve the non per darsi le arie con noi, è che gli piace davvero. Anche ai politici meridionali pareva che il federalismo piacesse davvero.

Ora, parliamoci chiaro. Non è una patacca: sacrosanto principio di responsabilità pubblica nel Paese in cui ogni responsabilità è sempre degli altri, la colpa della sconfitta è sempre dell’arbitro. Responsabilità degli amministratori locali nello spendere bene, pena l’aumento delle tasse e la perdita del consenso degli elettori. Insomma chi rompe, paga. Per ridurla, questa spesa. Per dare efficienza a Regioni e Comuni. Per evitare che il meno efficiente approfittasse del più efficiente.

E che la domanda non provenisse solo dalla Lega, è indubbio. C’era tutto un Nord più produttivo allarmato da una allegra spesa statale che lo penalizzava, gli toglieva denari che finivano in mille affluenti, molti dei quali secchi. Sta di fatto che questa esigenza è stata lasciata al monopolio di Bossi. Che ne ha fatto diventare una rozza arma contro l’unità del Paese ma soprattutto contro il Sud: vogliamo tenerci i nostri soldi perché non vadano a quei parassiti. Indifferenti al piccolo particolare che, quand’anche quei soldi fossero stati passati dallo Stato al Sud, sono sempre tornati al Nord con gli interessi: anzitutto in spesa per prodotti settentrionali.

Ma il vero veleno era un altro. Domanda: non finirà in un aumento di tasse generale e in un aumento della spesa pubblica altrettanto generale? Cioè non finirà in un risultato opposto a quello desiderato? Il rischio era che fra Stato, Regioni e Comuni ci fosse una somma, un raddoppio di funzioni invece che una sottrazione. Il rischio era che lo Stato, incapace di ridurre la sua spesa, avrebbe continuato a martellare gli italiani di tasse, ma che la stessa cosa avrebbero fatto Regioni e Comuni, incapaci anch’essi di ridurre la loro spesa e con meno soldi statali per farla. Quindi aumento anche di tasse locali. Tutto avvenuto puntuale come la morte.

Contro il pericolo delle troppo buone intenzioni, questo giornale ha fatto una lunga battaglia. Con la distratta indifferenza (a volte incompetenza) anche dei politici locali, magari pronti democristianamente a entrare in azione per annacquare tutto quando il federalismo fosse arrivato vicino all’approdo. L’approdo non è vicino, perché in Italia è più facile che i Matarrese riescano a vendere il Bari che completare una legge. Ma questo non vuol dire che il danno non sia già stato fatto, e dei peggiori anche.

Impressionante il rapporto di Confcommercio (nazionale non meridionale): il federalismo fiscale si è risolto finora in un drammatico aumento sia delle tasse che della spesa. Cioè proprio ciò che doveva essere evitato. Fra il 1992 e il 2012, le tasse locali (Irap e addizionali Irpef) sono cresciute addirittura del 500 per cento, anche perché la spesa delle Regioni è aumentata del 40 per cento in soli dieci anni. Né sono diminuite nel frattempo le tasse statali, anzi cresciute per coprire una spesa dello Stato aumentata fino all’attuale record storico del debito pubblico (2070 miliardi di euro).

Il centro avrebbe dovuto tassare di meno ma non lo ha fatto. Ha però ridotto il trasferimento (passaggio) di risorse agli enti locali. I quali per mantenere lo stesso livello di servizi, e con meno soldi statali, hanno aumentato le loro addizionali. Funzioni e dipendenti non si sono redistribuiti ma sono rimasti come prima (con conflitti spesso comici). Tasse da salasso e servizi pubblici da Terzo mondo. Complimenti al federalismo.

(Piccolo seccante inciso: ovvio che sia andata molto peggio al Sud. Partiva indietro, non c’è stata alcuna perequazione iniziale, le sue tasse rendono meno perché c’è minore reddito, anche per l’alta tassazione le imprese non hanno investito. Ma almeno il Sud beve caffè e non the).

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