Domenica 24 Marzo 2019 | 06:33

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Il senso delle parole al tempo della crisi

di Michele Partipilo
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Sono anni che dura questa crisi e non si vede ancora la fine. Ogni sei mesi la tanto attesa ripresa viene spostata un po’ più in là. Assomiglia a una maligna lanterna di Diogene. Non ce ne siamo accorti, ma la crisi ci ha scavati dentro. Ha tolto il lavoro a molti, ha abbassato la soglia del benessere, ha riacceso antiche paure, ha fatto esplodere conflitti che covavano sotto la cenere, ha fatto vacillare i più fragili e indifesi. Insomma ci ha cambiati e ci sta cambiando ancora, lavorando come fa un fiume sotto terra. Un segnale importante dei suoi effetti devastanti lo danno le parole. Alcune sono mutate di senso.

Prendiamo per esempio la parola libertà. Sin da bambini alle Elementari abbiamo imparato a parlare di libertà. Man mano con intensità e spessore diverso, ma sempre indicando una gran bella cosa. Oggi l’accezione più comune di libertà è «messa in libertà», cioé licenziamento. Non si contano le aziende i cui dipendenti da un giorno all’altro si ritrovano «in libertà». Se guardassimo con gli occhi dei bambini che fummo ne potremmo essere contenti. Che bello avere mamma o papà a casa, con cui giocare, stare insieme, uscire, magari andare al mare. Finalmente dei genitori a tua completa disposizione, che ti coccolano e ti seguono. E invece no. L’esito di questa libertà è tristissimo, anzi a volte sconfina in tragedia. Con madri e padri disperati che se la prendono con tutti, a volte anche con quei figli che speravano di averli un po’ più a casa per sé.

E veniamo alla seconda parola: famiglia. Pur con tutti i suoi limiti restava un approdo sicuro, un luogo di protezione. Oggi è di fatto uno dei posti più pericolosi: mariti che sparano a moglie e figli, madri che uccidono i figli, fratelli che ammazzano le sorelle. È uno scorrere di sangue che certi giorni sembra un fiume in piena, dalle Alpi a Lampedusa. Perché sulla famiglia alla fine si scaricano tutte le tensioni e i veleni. E le famiglie sono sempre più fragili perché sono sempre più isolate e fondate su sentimenti deboli, troppo spesso passeggeri. Così si sfasciano: ci si lascia e si fondano altre famiglie. Con i figli di mezzo, trattati come pacchi postali o contesi come una proprietà.
Sono famiglie che intorno non hanno più una rete protettiva di altri affetti (nonni, zii, cugini) ma si ritrovano sole in mezzo a una tempesta in cui il primo obiettivo è non affondare, cioé non perdere il lavoro e il benessere acquisiti. Tutto il resto, che siano figli, serenità o onestà, può andare a farsi benedire.

C’è un’altra parola che ha perso di senso in questo tempo sbandato ed è amicizia. Sono stati scritti tonnellate di libri sull’amicizia, forse ancor più che sulla libertà. Anche questa fu una di quelle parole che imparammo subito da bambini. Oggi l’amicizia è solo quella su Facebook, più falsa di un tarocco cinese. «Dare l’amicizia» significa spalancare le porte a qualcuno che in certi casi si conosce per davvero, ma che in altri è un malintenzionato. La parola amicizia è il cavallo di troia per espugnare gli ultimi bastioni di riservatezza di persone a volte ingenue, a volte sole, a volte solo curiose.
Una volta che hai dato l’amicizia, ti può accadere di tutto. Puoi entrare in una «community» e ti sembra di essere l’ombelico del mondo; puoi scherzare e lasciarti andare a spettegolare su chi vuoi. Ma puoi finire con l’essere bersaglio di cattiverie e insinuazioni e se hai già mille problemi possono essere le gocce che fanno traboccare un vaso sempre più piccolo e fragile.

Vorremo chiudere questa rassegna con la parola pensione. In passato era l’arco sotto il quale cominciava il viale del tramonto. Andare in pensione significava la fine della vita attiva. Era l’ufficializzazione di quella «terza età» cui non poteva seguire una quarta. Oggi la pensione è diventata una delle mete più agognate perché significa raggiungere dopo angosce e sudori un posto tranquillo. Forse ne risentirà il reddito, ma c’è la sicurezza che qualcosa a fine mese arriverà. Eppoi non c’è più lo stress del lavoro, le ansie quotidiane, i litigi con i colleghi, il veleno da mandare giù.
Bella cosa l’età della pensione. Ti puoi dedicare agli hobby, alla lettura, alle passeggiate, i benestanti anche a viaggi e crociere. Tanto che esultano anche i pre-pensionati: anticipare l’età della pensione non è più una condanna a morte eseguita prima del previsto, ma un premio dopo una vita di sacrifici.

Molte altre parole stanno mutando di senso e ancora non ne siamo consapevoli. Qualcuno dirà che è l’evoluzione naturale del linguaggio. Può darsi, ma resta comunque il linguaggio al tempo della crisi.

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