Martedì 20 Agosto 2019 | 03:30

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Le colpe (cioè le «distrazioni») dei padri non ricadranno più sui figli. O meglio, ricadranno in maniera uguale sui figli, tutti. Da ieri, il governo ha cancellato ogni residua discriminazione tra i figli nati nel e fuori dal matrimonio, garantendo la completa eguaglianza giuridica degli stessi. Quindi, basta figli legittimi e figli naturali, o adottivi. Si è figli e basta. Di particolare interesse, ai fini giuridici ed economici, il principio per cui la filiazione fuori dal matrimonio produce effetti successori nei confronti di tutti i parenti e non solo con i genitori.

Insomma, si mette fine alla barbarie dei figli di serie «A» e di serie «B», si compie un bel balzo in avanti sulla strada della civiltà, in questo paese che si vanta di essere la culla della civiltà stessa, soprattutto giuridica. Certo, se si decidesse di abolire la discriminazione tra cittadini di serie «A» e di serie «B» sarebbe tanto di guadagnato. Ma questa è u n’altra storia, perché non c’è decreto che tenga su questa strada. Servono, da parte di istituzioni ed enti, comportamenti coerenti con le disposizioni di legge (tantissime) già presenti nel nostro ordinamento.

Come primo passo sarebbe, ad esempio, utile essere considerati cittadini e non sudditi, corpo vivo dello Stato e non ventre molle nel quale affondare per prelevare soldi. Ma come dicevamo, questa è un’altra storia. Per adesso godiamoci questo primo passo di civiltà. Una vera e propria rivoluzione in un Paese dove per lunghi e bui decenni i figli non riconosciuti, nati fuori dal matrimonio, venivano bollati con la dicitura «figlio di n.n.». Ma anche la distinzione tra figli legittimi e naturali aveva la stessa violenza di un ceffone in pieno volto.

Che colpa avevano questi bambini? Perché dovevano pagare per tutta la vita una scelta che non dipendeva da loro? Frutti di amori clandestini, ma non per questo meno veri, bloccati da una società che giudicava in fretta e senza sconti, caratterizzata dalla perfidia di chi preferisce vivere la vita altrui piuttosto che la propria, forse perché troppo meschina. Vite sbocciate senza colpa alcuna, ma con addosso un marchio indelebile che gli veniva rinfacciato dai compagni di scuola, dalle istituzioni, dal diritto.

Bastava una domanda per far precipitare un bambino in un baratro senza fine, nel quale sarebbe precipitato per tutto il resto della sua vita: tuo padre non viene mai a scuola? Perché non ti accompagna? Adesso questa vergogna viene finalmente cancellata: ci saranno soltanto figli, senza aggettivi che li qualifichino, li discriminino, li caratterizzino, li penalizzino. Tutti figli di uno stesso dio, a parità di padri, vien voglia di dire. Certo, la genitorialità, il senso civile e responsabile dell’essere genitori non può stabilirlo un decreto o un governo.

Ma è interessante un’altra novità introdotta ieri: la sostituzione della potestà genitoriale con la responsabilità genitoriale. Non si tratta di un semplice cambio di definizione, ma il passaggio da potestà a responsabilità ha un senso profondo, dà l’idea di una società moderna in cui essere genitori significa essere cittadini partecipi del vivere civile e capaci di educare e formare figli-cittadini. Persone in grado di contribuire a costruire una società più equa, più giusta, più rispettosa, meno egoista, meno menefreghista, meno cialtrona. Ma anche questa è un’altra storia. Anzi è una storia completamente diversa, purtroppo ancora tutta da scrivere.

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