Martedì 26 Marzo 2019 | 03:56

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L’Europa mette un po’ di soldi. Ma adesso chi mette le idee?

di Michele Marolla

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Un miliardo e mezzo di euro per favorire le assunzioni di giovani, entro 4 mesi dalla fine degli studi o da quando risultano disoccupati. La notizia delle risorse destinate dall’Ue ai Paesi con una disoccupazione giovanile superiore al 25% sembra positiva.
 

Già, sembra. Eh sì, perché cominciano i distinguo e il percorso non è ancora definito. L’unica certezza è l’inizio: gennaio 2014, per il resto bisogna definire i limiti di età dei giovani ammessi ed è necessario che i Paesi beneficiari attrezzino adeguate strutture organizzative.

Soprattutto questa seconda parte fa tremare i polsi. In un Paese come il nostro, che ha fatto di tutto per smantellare le strutture pubbliche di gestione del mercato del lavoro, i servizi per l’impiego, l’idea che debbano essere attrezzate strutture adeguate fa un po’ paura. Se a questo si aggiunge il rebus dell’età, il quadro è completo ed è tremolante.

Certo il presidente del Consiglio, Letta, si è sbilanciato fino a dire che ora gli imprenditori non hanno più alibi per assumere giovani senza lavoro e ha definito il risultato «una grande vittoria nella lotta alla disoccupazione giovanile». Lasciando da parte i toni un po’ forzati, ma comprensibili in una logica di comunicazione politica, l’unico dato certo è che arriveranno questi soldi. Il resto è tutto da fare. E toccherà a noi.

E il governo deve tener conto di alcuni fattori fondamentali che contraddistinguono il mercato del lavoro nel nostro Paese. C’è il rischio di acuire una frattura e di allargare la fascia generazionale che il Lavoro non l’ha mai avuto, almeno non con la «L» maiuscola.

Esiste una fascia di italiani, che va dai 30 ai 45 anni che ha vissuto gli anni delle riforme (Treu, Biagi, la sciaguratissima Fornero). Riforme, che dovevano rendere flessibile un mercato del lavoro ritenuto troppo rigido, per agevolare l’occupazione giovanile. E che invece hanno precarizzato via via in maniera drammatica il lavoro, senza risultare efficaci nemmeno per le politiche delle imprese. Questi italiani il Lavoro con la «L» maiuscola non l’hanno mai assaggiato e sono davvero tanti. Molti sono entrati nel cosiddetto «popolo delle partite Iva», ingrossatosi a dismisura per poi sgonfiarsi a causa degli insopportabili adempimenti burocratici. Per non parlare dei cinquantenni espulsi dal ciclo lavorativo, basti pensare agli agenti di commercio, che sono tra coloro che hanno risentito in maniera più pesante degli effetti della crisi. Lavoratori che vagano alla ricerca di un lavoro, di un’identità, di un futuro che non riescono a immaginare, perché troppo vecchi per rientrare e troppo giovani per andare in pensione.

E proviamo a guardarla dalla parte degli imprenditori. Letta dice che non hanno più alibi, possono assumere. Va bene, ma per fare cosa? Se il mercato non tira, assumono per produrre prodotti che resteranno invenduti? E quante persone si possono assumere con un miliardo e mezzo di euro in due anni, ammesso che tutte le risorse vadano a buon fine? E basteranno queste migliaia di assunzioni per rilanciare un circuito virtuoso dell’economia e dei consumi? E dopo gli anni con le assunzioni «drogate» cosa rimarrà?

Per non parlare dell’anatra zoppa venuta fuori dal vertice europeo, visto che ci sono i soldi per combattere la disoccupazione giovanile, ma come ha ammesso lo stesso Letta «abbiamo pareggiato sulla Bei». Infatti alle sollecitazioni italiane per un ruolo più incisivo della Banca europea per gli investimenti nel sostenere il finanziamento all’economia, soprattutto alle piccole e medie imprese, la risposta è stata abbastanza tiepida.

E allora viene spontaneo chiedere: come se ne esce? L’idea alla quale il governo stava lavorando, l’aveva annunciata già in sede di insediamento, era l’ennesima riforma delle pensioni: agevolare l’uscita dal mercato del lavoro, con una penalizzazione, per favorire l’ingresso dei giovani. Ora quel progetto sembra accantonato perché ha effetti pesanti sul bilancio pubblico e se ne riparlerà a settembre, quando si comincerà a preparare la legge di stabilità. Può essere quella della staffetta anziani-giovani la strada giusta? Crediamo di no. Sarebbe meglio una sorta di affiancamento, cioè un periodo di un paio d’anni con l’utilizzo di strumenti come il part-time per gli anziani e di formazione retribuita per i giovani, che permettano la coesistenza e il trasferimento delle competenze, rendendo il tutto economicamente sostenibile. E nel frattempo gli imprenditori devono tornare a sognare, a immaginare nuovi scenari, a essere visionari, per individuare vie di sviluppo innovative, non solo per prodotti e servizi, ma soprattutto per idee e bisogni.

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