Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:02

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Per il governo l’autunno caldo dei congressi

di Giuseppe De Tomaso

di GIUSEPPE DE TOMASO
I congressi di partito sono i principali nemici dei governi. Era così nella Prima Repubblica, è così nella Seconda o nella Terza che dir si voglia. Lo sa il giovane premier Enrico Letta. Lo sapeva e lo sa il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che non a caso aveva scelto Letta per Palazzo Chigi. L’attuale presidente del Consiglio era il politico che raccoglieva più convergenze non solo tra i partiti della «strana maggioranza», ma anche all’interno delle singole forze della coalizione. Ma nonostante il cospicuo indice di gradimento che il capo del governo riscuote presso i suoi partner, la fase precongressuale del Pd, i preparativi per la resurrezione di Forza Italia e le tensioni tra i centristi non congiurano per un’estate tranquilla.

E tutto lascia supporre che l’autunno 2013 sarà assai caldo, non solo sul piano socio-economico, ma anche o soprattutto sul versante del governo.

Improvvisamente l’orologio geopolitico dello Stivale potrebbe ritornare indietro di 20 anni. Silvio Berlusconi non vede l’ora di ripescare Forza Italia, un brand che gli ha dato più soddisfazioni del Milan e più potere di Canale 5. L’operazione andrà in porto senza particolari sussulti, dal momento che il Cavaliere è il capo incontrastato dei suoi. Ma alla sua destra, la nostalgia per Forza Italia determinerà un analogo sentimento tra gli ex colonnelli ed ex capitani di Alleanza Nazionale che, non a caso, non fanno mistero di voler ripristinare la vecchia insegna della ditta, tolta in un amen per confluire nel supermarket del Popolo della Libertà.

Il centrosinistra è a un bivio. Deve decidere se affidare tutte le chiavi di casa a Matteo Renzi o se deve distribuire il mazzo ad altri maggiorenti dell’edificio. Consegnarsi a Renzi significa ipotecare il prossimo successo elettorale, visto che tutti i sondaggi dànno il sindaco di Firenze più favorito di Leo Messi quando scende in campo. Ma consegnarsi a Renzi significa, pure, mettere in conto una probabile o possibile scissione del Pd alla sua sinistra. Pur essendo l’avversario più temuto da Berlusconi, Renzi è tuttora visto, bersaniamente parlando, in alcuni settori del Pd, come un amico del giaguaro (Silvio). Non a caso, la sua candidatura alla segreteria del partito o alla presidenza del Consiglio sta provocando tra i suoi rivali più mal di pancia di un’abbuffata di ciliegie. Non solo. Anche tra i suoi sostenitori non si contano i «ma» e i «se» e, soprattutto, i contrari ad ogni ipotesi di doppio incarico (presidenza del Consiglio e segreteria del partito). Come si possa diventare, con queste premesse, un leader indiscusso, riesce francamente difficile immaginarlo. Come si possa affrontare la fase congressuale con una girandola di candidati, più o meno in funzione anti-renziana, senza creare problemi nelle stanze di Palazzo Chigi, è altrettanto difficile pensarlo. Lo stesso Renzi, pur rinnovando i suoi proclami di lealtà all’amico Enrico, davanti alla stanza dei bottoni governativa è più impaziente di un ragazzo allupato davanti alla camera da letto. Da qui i suoi continui messaggi in codice preceduti da solenni promesse di pace. Insomma.

E meno male che Napolitano ha avvertito i parlamentari che non scioglierà mai le due Camere se, in precedenza, non sarà stata approvata la nuova legge elettorale. Se Napolitano non avesse eretto questo paletto, Letta vivrebbe giornate ancora più turbolente, con buona pace di quanti gli domandano un’azione di governo assai più incisiva. Ecco. Lo stato di agitazione pre-congressuale o pre-decisionale in cui si dibattono Pd e Pdl costituisce la causa, o perlomeno l’attenuante, della prudenza operativa del premier, anche se non dev’essere facile mediare tra ambizioni e programmi che fino a pochi mesi fa erano millimetricamente alternativi.

Eppure, paradossalmente, la sorte di Letta è legata al tasso di produttività del suo governo. Da una parte, per non rischiare conflitti irrimediabili, al presidente del Consiglio converrebbe adottare la strategia del rinvio; ma dall’altra parte, per non rischiare bocciature interne ed esterne, a Letta converrebbe portare all’incasso una lista di cose buone in cantiere.

Lo scenario sopra descritto suggerisce un paio di riflessioni. Prima: la prossima legge elettorale, più che assicurare una più capillare rappresentanza, dovrà facilitare il traguardo della governabilità. Traduzione: dalle urne deve comunque emergere un vincitore, pena la paralisi permanente, alleata automatica del malgoverno, cioè della spesa pubblica senza freni. Seconda: i futuri leader di partito dovranno poter concorrere anche per la guida del governo, pena il ritorno alle «guerre civili» del passato, quando il segretario del partito di maggioranza relativa era il vero capo dell’opposizione al «governo amico».

Non sarà facile raggiungere questa condizione di relativa normalità. Ma bisognerà provarci. Nel frattempo prepariamoci ad assistere ai sequel dei film della Prima Repubblica, quando i congressi facevano ballare e cadere i governi. E se sarà così anche stavolta, nonostante la moral suasion del Quirinale, rischieremo di rivotare col Porcellum di qui all’eternità.
 

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