Domenica 24 Marzo 2019 | 05:37

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Le colpe della politica sul disastro di Taranto

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Con la conferma del maxi-sequestro di otto miliardi di euro disposto dalla magistratura a carico della famiglia Riva e la nomina del “verde” Edo Ronchi a subcommissario per la bonifica, il “caso Ilva” ha fatto – per così dire – un salto di qualità. Sia sul piano economico-finanziario sia su quello ambientale. Ed entrambe possono essere considerate perciò due buone notizie per gli operai dello stabilimento, per gli abitanti di Taranto e per tutti noi, cittadini pugliesi, colpiti più o meno direttamente da questa autentica vergogna regionale che dura ormai da troppo tempo.

In questo lungo arco di tempo, alla guida della Regione si sono alternati due esponenti di primo piano, come Raffaele Fitto e Nichi Vendola, ma si fa fatica francamente a distinguere in questo caso fra l’uno e l’altro.

Fitto ha governato prima come vice-presidente della Regione per tre anni (aprile 1995-febbraio 1998) e poi per altri cinque come presidente (2000-2005), per poi andare a fare il ministro della Coesione territoriale (2008-2011) senza riuscire tuttavia a evitare o a risolvere un tale disastro. Vendola, da parte sua, governa ormai la Regione da otto anni in forza di due mandati consecutivi (a partire dal 2005) e non c’è bisogno di particolari accertamenti o verifiche per dire che neppure lui è del tutto esente da colpe e omissioni. E, per di più, si tratta del leader nazionale di un partito (Sel) che esibisce la “E” di ecologia anche nel suo logo.

Adesso Fitto smentisce e querela chi l’ha accusato di aver “sponsorizzato” la nomina a commissario di Enrico Bondi, già amministratore delegato dell’Ilva. Bene, prendiamone pure atto. Resta il fatto – come vogliamo definirlo? Incomprensibile, inaccettabile, indecente? – che tutto ciò assomiglia dannatamente a un “gioco di ruolo”. Sarà stato anche un grande manager, questo Bondi, sebbene non abbia lasciato ricordi luminosi né alla Telecom all’epoca dello spionaggio interno né tantomeno come responsabile alla “spending review” sotto il governo Monti; ma è chiaro comunque che l’idea di scegliere come commissario proprio l’ex amministratore insediato dalla proprietà, estromessa ora dalla gestione dell’azienda, non appare per nulla trasparente e rassicurante.

Ha senz’altro ragione, perciò, il presidente Vendola a contestare questa nomina, rivendicando a posteriori il merito di aver chiesto per primo il commissariamento dell’acciaieria. Ma il governatore piange sul latte versato quando lamenta che i parlamentari pugliesi hanno “disertato” la riunione trasversale da lui stesso convocata recentemente a Bari, dimostrando in effetti un’insensibilità al limite dell’irresponsabilità. Che cosa ha fatto in tutti questi anni, il presidente della Regione, per prevenire, impedire, bloccare il disastro ambientale e sanitario che ha colpito l’intera città di Taranto, provocando tante vittime e tanti malati, fra gli operai e i cittadini, anziani, donne e bambini?

Dobbiamo accontentarci adesso della nomina di Ronchi a “subcommissario”, di cui va reso merito comunque al giovane ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando. E auspicare che la sua presenza a fianco di Bondi riesca a garantire almeno l’avvio di quella bonifica che, senza interrompere la continuità produttiva dell’Ilva e soprattutto quella salariale dei lavoratori, deve ripristinare condizioni minime di legalità e di sicurezza, come la magistratura tarantina – codici alla mano - legittimamente pretende. Ma auguriamoci pure che quel prefisso “sub” non implichi alcuna subordinazione del risanamento ambientale alla logica perversa dell’industrializzazione selvaggia, del profitto o di un malinteso “interesse nazionale”.

La sinistra italiana ha già trascurato troppo in passato le ragioni vitali dell’ecologia per difendere oggi ottusamente o privilegiare quelle dell’economia di mercato. Non c’è più spazio per la falsa contrapposizione fra “rossi” e “verdi”. La verità è che il risanamento e il rilancio dell’Ilva, come la diffusione delle energie alternative, la raccolta differenziata o la lotta alle eco-mafie, non sono né di destra né di sinistra. Sono un impegno civile su cui l’intera classe politica e amministrativa, nazionale, regionale e locale, è chiamata a misurarsi. E il disastro di Taranto, oltre a essere una vergogna per tutti noi pugliesi, rappresenta una sfida sul terreno del cambiamento e dello sviluppo sostenibile.

Sono trascorsi quasi vent’anni da quando l’ex Italdisder passò in mano privata (1995) e da allora le responsabilità della nostra classe politica locale e nazionale sono andate via via crescendo, fino ad arrivare al disastro ambientale e sanitario di oggi.

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