Martedì 26 Marzo 2019 | 10:57

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La città senza anima con le vetrine spente

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Un manichino nudo e impolverato fra gli scaffali vuoti è tutto quel che rimane e che si intravede oltre la vetrina insudiciata dai giorni. Nulla racconta l’abbandono come un negozio chiuso e un cartello «affittasi» sbiadito dal sole. È una esperienza sempre più diffusa nelle città: si moltiplica e invade come metastasi intere strade, comincia nelle periferie e pian piano si avvicina al centro. A ben poco servono i tentativi di riportare in vita il commercio con le sue luci e i suoi colori. A ben poco servono gli spettacoli offerti dal Comune, i parcheggi gratuiti, i bus navetta, le zone pedonali: ci sono strade, come via Manzoni a Bari, che sembrano condannate al declino da una sentenza misteriosa.

Secondo i conteggi dell’Osservatorio di Confesercenti, entro la fine dell’anno chiuderanno in Italia oltre 17mila imprese commerciali, e per la maggior parte al Sud. Sono gli effetti della crisi economica prolungata che cambierà il volto di molte città, ma che possiamo già immaginare, perché ne abbiamo già l’esperienza sia pure circoscritta. Le vetrine spente e le serrande abbassate inducono un senso di depressione e insicurezza: mentre scende la sera, la gente si sente minacciata dalla esplosione della microcriminalità anche quando le statistiche dicono il contrario. La paura si impadronisce del vicino di casa che attraversa la strada accelerando il passo: ci vuol poco a sentirsi abitanti di una città fantasma e a rifugiarsi perciò in un centro commerciale dove - fuori della città - con le sue vetrine scintillanti la stessa città è stata ricostruita, magari come un borgo medievale. Ricostruita artificialmente con le sue «antichità» rassicuranti ma osservata da cento occhi elettronici, un luogo dove non si è più cittadini ma codici a barre.

Prima che la crisi mostrasse le sue dimensioni impressionanti, era opinione diffusa che il killer del dettagliante di antica tradizione che anima il centro urbano fossero proprio outlet e centri commerciali. Non era così, o per lo meno la faccenda era ben più complessa: l’hanno dimostrato studi approfonditi come la ricerca coordinata dal sociologo Giandomenico Amendola. «Piaccia o non piaccia - scrive Amendola nel saggio La città vetrina (Liguori ed.).- oggi quote sempre maggiori di popolazione, a partire dai giovani, vivono esperienze identitarie e di socializzazione nella “piazza”, insieme fittizia e reale, di shopping mall e centri commerciali ». E questo, aggiunge il sociologo barese, «vale anche per la città tradizionale compatta, anche quella storica e sacralizzata che si riempie di merci e di simboli globalizzati che fanno sentire chiunque a casa propria».

Ma quando si spengono le insegne - quelle del marchio global e quelle della ditta local - è il deserto che avanza e ci si accorge che intorno era solo negozio e nient’altro che negozio. E allora muoiono prima quelle città che hanno esiliato gli artigiani ed estromesso le botteghe, hanno ristretto i marciapiedi e rimpicciolito anche i portoni per far spazio alle vetrine, hanno fatto salire i negozi negli appartamenti al primo e al secondo piano, convinte che la profezia di Margaret Crowford e di Sharon Zukin fosse per sempre: il mondo intero ridotto ad uno shopping mall.

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