Martedì 26 Marzo 2019 | 17:03

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Una spinta al governo una spina per il Cav

di Giuseppe De Tomaso

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Ogni appuntamento elettorale, in Italia, fosse pure in un minuscolo paese del Molise, viene considerato un significativo test per il governo nazionale. Figuriamoci quando sono in ballo le giunte di città di rilievo, a cominciare dalla capitale del Paese. Allora: dal voto di domenica scorsa il tentativo del premier Enrico Letta esce premiato e rilanciato, il governo può continuare il suo percorso, l’elettorato di sinistra non ha bocciato la grande alleanza con Silvio Berlusconi. I tifosi, nel Pd, di un cambio di partner tra Pdl e grillini, almeno per ora, non ritorneranno alla carica.

Ma sbagliano quanti ritengono che ogni voto locale costituisca un referendum sull’esecutivo nazionale. Certo, il clima politico complessivo incide sulle scelte per le amministrative, ma non è fondamentale.
 

La verità è che le partite nei municìpi si giocano soprattutto sul valore e sulle capacità dei candidati, specie di quelli in corsa per la carica di sindaco.

La parabola del Pdl è, come si dice, emblematica. Quando scende in pista Silvio Berlusconi, il centrodestra può ambire alla vittoria. Ma quando il Cavaliere preferisce defilarsi, il centrodestra fa collezioni di sconfitte e delusioni. Segno che lo iato stridente tra il Capo e i candidati della periferia rappresenta il limite più grave della coalizione berlusconiana.

Il flop amministrativo del Pdl conferma, ancora una volta, che la linea dei pidiellini non può più restare «meno male che Silvio c’è». Primo, perché Berlusconi non può scendere in pista ovunque. Secondo, perché il tempo passa e nessuno possiede l’elisir dell’eterna giovinezza. Per il bene della democrazia, che si fonda sulla contrapposizione tra maggioranza e opposizione, è opportuno che il centrodestra avvii una fase di profonda riflessione sulle difficoltà che incontra, sul piano elettorale, soprattutto a livello locale, dove la selezione della classe dirigente non dev’essere particolarmente felice se il più delle volte prevalgono i nomi del centrosinistra.

Lo spoglio di ieri, poi, ha esaltato il centrosinistra, che ha vinto pressoché dappertutto, strappando bastioni storicamente guidati dal Pdl e Lega. Certo, il centrosinistra ha prevalso nel pieno della protesta silenziosa chiamata astensionismo. Ma la renitenza al voto, fenomeno conosciuto in tutte le democrazie evolute, è destinata a radicarsi anche in Italia, dove alle motivazioni tradizionali sulla disaffezione alle urne si aggiungono altre ragioni: il calo del rapporto clientelare dovuto alla riduzione di alcune spese pubbliche, l’aumento della popolazione anziana con problemi di accesso ai seggi, la sfiducia nelle capacità della politica di risolvere i problemi reali di tutti i giorni.

Ciò detto, non si deve giudicare una iattura la diserzione elettorale. Nelle società moderne, bisogna essere liberi anche di non votare. Tra l’altro è assai diffusa la convinzione che solo una ripresa degli investimenti privati potrebbe rilanciare l’economia. Finora la politica ha fallito, perché ha dissipato parecchie risorse e perché ha preteso di interferire in molte scelte che non le competevano. Se ci sono molti cittadini che si aspettano un colpo di bacchetta magica dalla nomenklatura, ci sono altrettanti cittadini che non si attendono alcunché dalla classe politica: di qui la fuga dalle urne.

Cosa cambierà per Letta dopo il voto dell’altro ieri? Nulla. Sembrava che il suo governo insieme con Angelino Alfano avrebbe indispettito l’elettorato dei democratici. Invece, il responso elettorale sta a dimostrare il contrario: che l’elettorato del Pd ha gradito la soluzione Letta-Alfano assai più di quanto l’abbia gradita la platea berlusconiana. Ecco perché Letta esce rinforzato dal test amministrativo.

Semmai sarà Matteo Renzi la spada di Damocle sul governo. Il sindaco di Firenze è prodigo di lodi verso Letta, ma lega il suo sostegno a un bollettino di successi programmatici. Il che, obiettivamente, non costituisce una cambiale in bianco a beneficio del premier. La verità è che Letta dovrà misurarsi con una crisi economica che continua ad aggravarsi, come testimoniano gli ultimi dati della recessione. Renzi potrebbe essere tentato, subito dopo il congresso del Pd, in autunno, dalla voglia di staccare la spina a Palazzo Chigi, per accelerare il ricorso alle urne.

Ma è prematuro avanzare previsioni. Nel frattempo i giudici dovranno pronunciarsi su Berlusconi, col rischio di accendere gli animi più intransigenti del Pdl. Insomma, non mancano le insidie sul cammino di Letta, ma il voto di domenica, l’istinto di conservazione del ceto politico, la difficoltà dei grillini fanno sì che la legislatura possa superare senza scossoni i suoi primi mesi di vita. Anche perché nulla giova alla longevità di un governo più di una precarietà accertata. A furia di ripetere che era sul punto di mollare, politicamente e fisicamente, Agostino Depretis (1813-1887), lontano predecessore di Letta, resisté alla guida del governo per una decina d’anni.

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