Martedì 26 Marzo 2019 | 17:08

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Il governo tra riforme contrastate e fuoco amico

di Giuseppe De Tomaso

di GIUSEPPE DE TOMASO
Giorgio Napolitano è il garante del governo di Enrico Letta. Se, come è accaduto ieri, il presidente della Repubblica torna a bacchettare i partiti in difesa della governabilità del Paese, significa che il quadro politico, insieme con lo scenario economico, è tutt’altro che rassicurante. E se lo lascia intendere il Capo dello Stato, le cui antenne sono - istituzionalmente - le più sensibili, vuol dire che l’estate del governo Letta si preannuncia assai più calda dell’attuale situazione metereologica.

Pur essendo assai più giovane di Mario Monti, suo predecessore a Palazzo Chigi, il capo del governo è un concentrato di realismo, cautela ed esperienza. Letta non parla molto. E, quando lo fa, pesa le parole con l’accortezza di un farmacista. Segno che il sangue non mente, visto che anche lo zio Gianni è un esempio di parsimonia dialettica. «Non ci si pentirà mai di aver taciuto, ma sempre di aver parlato», insegnava il filosofo Voltaire (1694-1778). Consiglio che i due Letta devono aver imparato a memoria, meglio di una poesia di Natale.

Ma non basta risparmiare sulle parole e sulle polemiche per mettere il governo al riparo dagli avvisi di burrasca. Il governissimo Pd-Pdl potrebbe fare della provvisorietà la sua fortuna solo se riuscisse a distinguersi sul piano dei risultati. Letta ha forzato la mano sullo stop al finanziamento dei partiti, una mossa dettata anche o soprattutto dall’esigenza di contenere il pressing mediatico di Beppe Grillo, ma non basta.
 

Fino a quando i dati dell’economia resteranno quelli che sono, fino a quando le previsioni sulla crescita resteranno più incerte delle prospettive di Moratti all’Inter, l’esecutivo navigherà a vista, sperando di non incontrare uno Schettino nella sua anomala maggioranza. È la pagella economica che fa la differenza tra un governo di successo e un governo di aspirazioni perdute.

Né può arrivare in soccorso una maxi-riforma costituzionale e istituzionale in grado di sbalordire anche gli spiriti più scettici. Primo, perché di grandi riforme si discute da decenni senza cavare il classico ragno dal buco: non si capisce perché stavolta si dovrebbe realizzare il miracolo. Secondo, perché gli stessi partiti, al proprio interno, non hanno le idee chiare sulle nuove regole del gioco. Quindi, meglio non farsi troppe illusioni sulla stagione delle riforme. Potrebbe persino verificarsi il più clamoroso dei colpi di scena. Sulla scia delle direttive dei giudici della Consulta, che potrebbero giudicare incostituzionale il sontuoso premio di maggioranza previsto dall’attuale legge elettorale, Pd e Pdl (ma non solo loro) potrebbero cadere nella tentazione di recepire, senza opporre obiezioni, le probabili osservazioni della Corte, limitandosi solo a eliminare il superbonus del 55% di parlamentari che adesso tocca al vincitore, qualunque sia la percentuale del primato. In tal modo si aggiungerebbe danno al danno. Il Porcellum resterebbe in vigore, con l’aggravante del ritorno alla proporzionale pura, per giunta con liste bloccate, cioè senza voti di preferenza. Insomma, una controriforma bella e buona. E tanti saluti ai propositi di efficienza e moralizzazione del sistema politico.

Che sia questa l’aria, lo si afferra da mille segnali. A cominciare dalla crescente insoddisfazione in casa grillina. Alcuni parlamentari cinquestellati non fanno mistero di considerare troppo rigida la linea del Capo in materia di alleanze. Dipendesse da loro, il M5S dovrebbe mettersi in gioco, non foss’altro che per dimostrare agli elettori di saper dire qualcosa anche sui temi che più segnano l’attività di un esecutivo.

Ora. Fino a quando Grillo riuscirà a silenziare i lai provenienti dalle sue truppe, la squadra di Letta, tra un mal di pancia e una tosse, potrà proseguire il cammino. Ma se nell’accampamento grillino si ammutinasse un plotoncino di stellati smaniosi di entrare nell’area governativa per allontanare lo spettro del voto anticipato, il racconto cambierebbe protagonisti e capitolo finale. La tentazione, nel Pd, di sostituire il forno berlusconiano con il forno para-grillino diventerebbe più irresistibile di una notte con Belen.

Paradossalmente potrebbe dare una mano a questa operazione proprio il meno sospettabile di simpatie grillesche: Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze sa che solo nella narrativa e nel cinema, il postino suona sempre due volte. In politica, invece, il postino suona sempre una volta, quando va bene. Se il destinatario della lettera fortunata, non apre la porta, addio sogni di gloria.

È quello che sta pensando il Rottamatore, il quale da bravo fiorentino finge di non scoprire le carte, ma in realtà il suo gioco è chiaro come il sole: fare uno sgambetto a Letta per proporsi come unico salvatore della patria, non solo per il Pd. E se per raggiungere l’obiettivo, la manovra renziana dovrà basarsi sulla tregua con Grillo e sulla conquista della segreteria dei democratici, pazienza. L’ambizioso Matteo cambierà strategia adattandola alle novità.

A meno che il presidente della Repubblica non dovesse inventarsi un’altra mossa per spegnere il fuoco amico che ha cominciato a bersagliare il governo in carica.

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