Martedì 26 Marzo 2019 | 02:52

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Quanti test per le nuove convergenze parallele

di Giuseppe De Tomaso
Che la Seconda Repubblica dovesse sperimentare il primo governissimo della sua storia - la squadra di Mario Monti pur sorretta dai voti di Pd e Pdl non aveva una caratura politica - è apparso evidente quando i capi di centrodestra e centrosinistra si sono presentati in pellegrinaggio al Quirinale per chiedere a Giorgio Napolitano di non preparare i bagagli. Già da anni il Capo dello Stato non perdeva occasione per invitare i partiti maggiori a un'effettiva solidarietà: la crisi economica e istituzionale richiedeva e richiede - a detta non solo del presidente Napolitano - quella coesione che si rende necessaria nelle stagioni di grave emergenza.

Che il leader del Pdl non vedesse l'ora, dopo le elezioni di febbraio, di ritornare a occupare la scena (dopo aver rischiato l'autocombustione del suo partito) è emerso con forza. 

È emerso esattamente quando Silvio Berlusconi si è detto disponibile a sostenere in prima persona un governo guidato dal suo antagonista elettorale: Pier Luigi Bersani.

Ma che il Cavaliere dovesse trasformarsi nel principale ultrà del governissimo lo hanno capito tutti non appena Napolitano ha affidato a Enrico Letta l'incarico di formare il nuovo esecutivo. Per Berlusconi l'annuncio dell'investitura del vicesegretario del Pd equivaleva a una vittoria di Champions per il Milan. Per il Cavaliere il premier incaricato non è solo uno tra i massimi dirigenti democratici. È soprattutto il nipote del suo braccio destro Gianni Letta, ormai uno di famiglia. Come dire: la massima garanzia che un leader attentissimo alle relazioni interpersonali, come Berlusconi, potrebbe chiedere alla politica.

Se Berlusconi, nel giro di pochi mesi, ha invertito un declino che pareva inarrestabile, la stessa cosa non si può dire del Partito democratico, diviso tra i tifosi del governissimo, che oggi sono la maggioranza, e gli agguerriti avversari di ogni alleanza con il Cavaliere, che sono sì la minoranza, ma potrebbero rendere difficile la vita al premier, al governo, e alla futura dirigenza del Pd.

Berlusconi ha condizionato parecchio la scelta dei ministri, che ha scatenato una battaglia più sanguinosa degli scontri del passato tra i capi della Democrazia cristiana. Prima ha chiesto per sé la guida dell'Economia, ben sapendo che il Pd avrebbe considerato la proposta più indecente di quella avanzata da Robert Redford nel celebre film. Il ministero dell'Economia conta più della presidenza del Consiglio, come ha potuto verificare lo stesso Berlusconi, spesso contrastato, quando era premier, dai veti del ministro Giulio Tremonti. Se il Cavaliere fosse approdato all'Economia, avrebbe inciso sulla linea del governo più di quanto influiva, da Palazzo Chigi, nelle scelte del governo di centrodestra.

Poi Berlusconi, con la rinuncia a far parte direttamente della squadra di Letta, ha messo il Pd nella complicata condizione di dover chiudere la porta ai suoi pezzi da novanta, a cominciare da D'Alema, immolato sull'altare dei veti incrociati (e anagrafici). Il che costituisce un azzardo per il nuovo presidente del Consiglio. I governi affollati di facce giovani e di outsider ottengono ottimi riscontri sui giornali, ma raramente trascorrono giornate felici nelle aule parlamentari. Il peso e il carisma dei leader storici non svaniscono dalla sera alla mattina. Resistono anche agli anatemi dei Grillo.

Non vorremmo trovarci nei panni di Enrico Letta. Il Pd bolle più di una caffettiera. Il suo precongresso è già iniziato. Il suo congresso decollerà dopo il voto di fiducia, primo test del Pd postbersaniano. Si profila una sfida sulla leadership, tra Matteo Renzi e Guglielmo Epifani, il traghettatore che forse gestirà per qualche mese l'interregno in attesa delle prossime primarie. Renzi toglie il sonno sia a Berlusconi che a parecchi maggiorenti del Pd. Lo stesso tentativo di Letta non ha patito la sorte infausta del precedente tentativo di Bersani grazie anche alle convergenze parallele di quanti volevano e vogliono ridimensionare il fenomeno Renzi.

Ma il presidente del Consiglio potrà giocare bene le sue carte. Intanto può vantare la decisiva benedizione di Napolitano, il che non è un accessorio. Napolitano si è speso, come non mai, per avvicinare posizioni che parevano incompatibili e per spianare la strada al giovane Letta. In secondo luogo, l'esecutivo presenta un fortissimo tasso di novità , in particolare femminile, nella formazione della squadra. Sarà un bene? Sarà uno svantaggio, se peserà l'inesperienza? Per ora è una bella sfida.

Berlusconi è obiettivamente il vero vincitore di questa partita, come hanno riconosciuto in questi giorni molti big del centrosinistra. Ma non va dimenticato che se non ci fosse stato Napolitano, il matrimonio tra i duellanti delle ultime elezioni sarebbe rimasto nel novero delle missioni impossibili. Il Cavaliere possiede la golden share di questo governo. Ha chiesto di eliminare l'Imu sulla prima casa, anche se forse sarebbe più utile ridurre innanzitutto la pressione fiscale sulle imprese. I sondaggi danno in crescita il Pdl, la qual cosa, se non fosse per la popolarità di Renzi, suggerirebbe a Berlusconi di spingere da subito per il ritorno alle urne.

Conclusione. Napolitano ha messo il sigillo politico sul team di Letta. Non è un governo di scopo, non è un governo balneare, non è un governo istituzionale. Durerà ? Il proposito ambizioso di riformare l'aspetto costituzionale sta a significare che l'orizzonte lettiano non ha scadenze immediate. Anzi. I mal di pancia nel Pd lasciano intendere, invece, che quella di Letta non sarà una passeggiata. Senza contare, inoltre, il contesto da infarto che attende il governo: la crisi economica, la Germania severa, la disoccupazione eccetera. Scommettere sulla durata di Letta è come scommettere su un derby. Vedremo. in politica, come in economia, il futuro si può solo immaginarlo, non prevederlo.

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