Martedì 26 Marzo 2019 | 03:06

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Punto e a capo dopo la requisitoria del presidente

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Sì, è proprio vero che la politica è il regno di Amleto, e un rompicapo senza risposta. Il giorno dopo il discorso di investitura del presidente Napolitano, condito da tanti schiaffoni alla politica, i partiti si riprendono il palcoscenico. Ingarbugliando non poche le carte.

Bruciando i tempi con consultazioni lampo, oggi Giorgio Napolitano conferisce l’incarico per formare il nuovo governo. In lizza sono rimasti, secondo i rumors parlamentari Giuliano Amato e Enrico Letta. Sembra essersi sgonfiata, invece, la candidatura di Matteo Renzi, il sindaco di Firenze, che ha trovato una timida accoglienza nel Partito Democratico e che sarebbe stata bloccata frontalmente dal Pdl di Berlusconi.

Una svolta a sorpresa perché per tutta la giornata era circolata la voce che il sindaco-rottamatore fosse gradito al Pdl. Invece, lo stop dei berlusconiani indicherebbe che l’ex premier vede proprio nel «giovin signore» fiorentino il suo vero avversario in vista della prossima consultazione elettorale. E quindi si pone di traverso dinanzi all’ipotesi di consolidarne la leadership.

Ieri è andato in scena (anzi in streaming) la direzione del Partito Democratico. La prima dopo i giorni terribili dell’elezione del presidente della Repubblica, con due candidati di primo piano del partito (Marini e Prodi) impallinati dalle tribù interne, una contro l’altra armata.

E le scorie, per non dire le macerie, di un partito twittizato (cioè prigionierio della sindrome dei social network) sono tutte sul campo.

Ed è lo stesso Pigi Bersani, diversamente dal solito, ad alzare i toni. Già all’indomani delle imboscate quirinalizie aveva parlato di tradimento. Confermando le dimissioni, pone la questione della sopravvivenza del Pd, se non viene rimosso il problema della coesistenza di aree e opzioni diverse. Parla di «anarchismo e feudalizzazione» per bollare una situazione che non rappresenta più la normale e anche aspra dialettica di posizioni differenti, ma una «atomizzazione» di cellule che rischiano di non formare un organismo omogeneo e unitario.

Il Pd sembra alla vigilia di una fine o di un nuovo inizio. Nel dibattito non sono mancate le asprezze, politiche e non solo politiche. Ma alla fine il documento, con cui si offre «pieno sostegno al tentativo di Napolitano», è approvato con sette voti contrari e 14 astenuti.

È la giovane Serracchiani, fresca di vittoria alle regionali del Friuli Venezia Giulia, a porre chiaramente la questione: «Perché l’accordo con il Pdl? Perché il nome di Marini?». Secca la replica di Bersani, sulla distinzione tra questione di governo e vicenda istituzionale.

La questione in campo appare chiara: da un lato il Pdl, che chiede un governo ad alta intensità politica; dall’altra il Pd che invece punterebbe ad annacquare la valenza politica dell’intesa per un sì ad un «governo del presidente» che non costringa il partito all’abbraccio ufficiale con i berlusconiani. Che è l’incubo che parte del Pd intende evitare.

Il Pdl pone paletti sia sulla composizione del governo (con Amato presidente, vorrebbe Gianni Letta sottosegretari alla presidenza) sia sul programma. A partire dalla questione dell’Imu. Un cavallo di battaglia del Pdl in campagna elettorale.

In questo scenario si comprendono le difficoltà che Napolitano deve fronteggiare: cioè il rischio che il nuovo governo, soprattutto a causa della frantumazione del Pd, possa non resistere alle prime tempeste in aula. Uno scenario che metterebbe Napolitano nella condizione di chiudere la legislatura e indire nuove elezioni. Un incubo che «Re Giorgio» vorrà assolutamente evitare.

I grillini da parte loro da un lato aprono un piccolo spiraglio («valuteremo i provvedimenti caso per caso») ma poi con il loro leader seminano il panico profetizzando un’Italia in bancarotta economica in autunno, con stipendi e pensioni a rischio, fino all’assurdità di auspicare una invasione tedesca dell’Italia.

Sì, è questo il rompicapo che solo Re Giorgio può cercare di risolvere.

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