Domenica 24 Marzo 2019 | 06:20

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Ma al Quirinale non si addice un uomo qualunque

di Giuseppe De Tomaso
Il totocandidati per il Quirinale è più appassionante del totocommissari per la nazionale di calcio. Ma mai come stavolta il parco di aspiranti e designati appare più lungo di un elenco telefonico. Ogni giorno spuntano nominativi nuovi, in un saliscendi di favoriti e sfavoriti degno di una corte rinascimentale. Certo, la carica è quella che è: l’unico piedistallo stabile di un sistema (politico) instabile. Non solo. Con il passare del tempo, la presidenza della Repubblica ha assunto altro potere e altro prestigio, tanto da trasformarsi in una magistratura di governo più che di garanzia costituzionale.

Approdare al Colle costituisce il chiaro oggetto del desiderio di ogni politico di successo. Onori. Oneri. Potere. Influenza. Molte carriere eccellenti sono state pianificate allo scopo di centrare l’obiettivo. 

Ma il Quirinale, il più delle volte, si è rivelato più sfuggente di una biscia, specie per i pretendenti più altolocati. Se non sempre chi entra Papa in conclave ne esce cardinale (vedi i casi di Montini e Ratzinger, già super-gettonati alla vigilia), pressoché sempre - invece - chi entra da Capo dello Stato nelle votazioni a Camere riunite si ritrova, un minuto dopo, retrocesso a deputato (o senatore) semplice. La storia del democristiano Amintore Fanfani (1908-1999) è la più indicativa e significativa di tutte. Una vita da predestinato alla presidenza della Repubblica. Un destino da uccellato sul più bello della corsa, colpito da cecchini più inesorabili di Ulisse e Telemaco a caccia di proci.

Cittadella proibita per gli insider e per il sesso debole («Per una donna è più facile diventare cardinale che salire al Quirinale»), storicamente la sede della Presidenza della Repubblica si è, invece, dimostrata assai più abbordabile per gli outsider e per le riserve di ogni squadra politica. Infatti, solo i non titolari potevano, paradossalmente, presentarsi al Gran Premio presidenziale con queste tre carte in regola (copyright di Rino Formica, segugio e studioso implacabile dei lati nascosti del Potere): essere contemporaneamente un (triplice) punto di equilibrio fra le correnti interne dc, fra la Dc e gli alleati di governo, fra la Dc e l’opposizione comunista. Una combinazione quasi impossibili (Moro a parte) per i leader veri dell’allora partito di maggioranza.

Il cliché del candidato non è cambiato gran che dalla Prima alla Seconda Repubblica. Al Quirinale, per le ragioni sopra descritte, non è mai approdato l’uomo forte del momento. Di qui, l’ampio ventaglio di nomi e contronomi, di veti e controveti, di manovre e contromanovre, di giochi e controgiochi che hanno caratterizzato ogni elezione. Un intrigo permanente che comincia a due anni dalla scadenza del mandato del presidente in carica e finisce solo un attimo prima della proclamazione del successore.

Ma mai come per il dopo Napolitano è entrato nel calderone un numero impressionante di presidenziabili. Il che può essere un bene perché testimonia un’esigenza di rinnovamento della nomenklatura politica. Ma può essere un male perché significa anteporre le doti anagrafiche alle qualità politico-professionali. A leggere di certi nomi ipotizzati sui giornali verrebbe da pensare che l’investitura del Capo dello Stato sia solo una prova di forza tra opposte fazioni e che il tasso di capacità e preparazione del prescelto sia un optional, un elemento accessorio. Tanto, ciò che conta è il nuovismo dell’eletto, il suo dilettantismo rispetto al professionismo dei soliti noti. Bah.

Si trascura, con colpevole incoscienza, il fatto che al vertice dello Stato debba salire un signore in grado di saper interloquire con governanti esteri che si presenteranno con il coltello tra i denti in difesa dei propri interessi nazionali. Si trascura il fatto che un presidente della Repubblica debba conoscere le debolezze e i segreti della politica romana meglio delle proprie tasche. Insomma, tutto deve o dovrebbe essere l’inquilino del Colle tranne che un naif, sia pure di talento.

Ora. Il Belpaese non ha bisogno solo di un premier e di un pool di ministri onesti e efficienti. Ha bisogno di un Capo dello Stato di ottimo livello, perché sarà lui, come è accaduto con Napolitano specie nell’ultima fase del settennato, a distribuire le carte e a dare forse la linea anche agli esecutivi votati dal Parlamento. Un Paese che non ha ancora dissolto l’incubo di un dissesto alla greca, non può permettersi di inviare al Quirinale uno qualunque, basta che sia nuovo e applaudito per la sua non-appartenenza politica. Un Paese in condizioni precarie ha invece il dovere di puntare al meglio, lo impone soprattutto la crisi economica.

Invece, le avvisaglie non sono incoraggianti. La formula dell’alleanza che dovrà designare l’erede di Napolitano appare più importante del nome da concordare. Il che ha dell’incredibile, per non dire del masochistico. Di questo passo, alle prossime consultazioni quirinalizie, ci sarà qualcuno che suggerirà il metodo del sorteggio. E, vogliamo scommettere, saranno persino in tanti ad appoggiarlo. Lo spread della competenza non sembra interessare a nessuno.

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