Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:11

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Caso marò, per non spedirli in India dovevamo arrestarli

di Carlo Bollino
di CARLO BOLLINO
Se solo il nostro governo avesse agito meno d’impulso forse per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone si sarebbe potuta percorrere una strada più saggia per trattenerli in patria senza scatenare un conflitto diplomatico tra i due Paesi: arrestarli.

I due fucilieri pugliesi sono infatti indagati dalla procura ordinaria di Roma (pm Capaldo e Ceniccola) per omicidio volontario nei confronti dei due pescatori indiani rimasti uccisi nel corso di un’operazione antipirateria. Anche la procura militare (pm De Paolis) sta procedendo nei loro confronti per «violata consegna aggravata» oltre che per il paradossale reato di «dispersione di oggetti di armamento», cervellotica fattispecie riferita ai sette proiettili esplosi contro i presunti pirati e perciò, appunto, andati dispersi. Sembra scontato che i reati militari vengano assorbiti da quelli (più gravi) contestati dalla magistratura ordinaria, e che perciò spetterà alla procura di Roma proseguire l’inchiesta.

Ma trattandosi quindi di indagati per omicidio volontario, e considerato che il pericolo di fuga è uno dei presupposti alla base di ogni ordinanza di custodia cautelare, perché i due marò non sono stati arrestati prima che si imbarcassero sul volo diretto in India, visto che in quel momento di fatto si stavano sottraendo alla giustizia italiana? Un arresto cautelare (magari ai domiciliari) non è prova di colpevolezza, e sarebbe stata semmai la dimostrazione che la procura italiana sta indagando sul serio. In questo caso poi avrebbe prodotto una serie di ulteriori effetti.

Innanzitutto avrebbe confermato l’interpretazione sostenuta dal nostro governo (e negata dall’India) sulla competenza della giurisdizione italiana, come previsto nei casi in cui l’eventuale reato venga commesso in acque internazionali. Poi avrebbe tratto d’impaccio l’imbarazzata diplomazia italiana che di fronte alla accuse indiane di aver bloccato il rientro in India dei due soldati tradendo la parola data, alla fine non ha trovato altra maniera che impacchettare i marò e riconsegnarli alla corte di New Delhi, con l’unica garanzia (che gli indiani hanno poi prontamente ridimensionato) che non verranno condannati a morte.

Se invece Latorre e Girone fossero stati arrestati dalla procura di Roma (legittimata a farlo visto che procede per un reato gravissimo come l’omicidio volontario, e spinta dall’imminenza del loro allontanamento dal territorio nazionale per rientrare in India), il governo italiano non avrebbe perso la faccia (potere esecutivo e giudiziario in Italia sono separati, esattamente come in India), i due marò sarebbero rimasti più al sicuro in patria (meglio ai domiciliari in Puglia che a New Delhi) e la questione avrebbe correttamente imboccato la via di un normale conflitto di competenze fra il tribunale italiano e quello indiano, e non di un accidentato scontro politico fra gli Stati. Alla fine la questione sarebbe finita al tavolo di un arbitrato internazionale, che è esattamente l’obiettivo che il governo italiano si era prefissato improvvisando un braccio di ferro con l’India dal quale è però uscito goffamente sconfitto.

Ora è troppo tardi per porvi rimedio. Anche se una mossa (forse persino doverosa) la procura di Roma potrebbe ancora tentarla: emettere ordine di arresto internazionale nei confronti dei due marò per riportarlii sotto la propria giurisdizione, e poi chiederne all’India l’estradizione. Non esiste un trattato tra i due Paesi, ma sarebbe sufficiente ripescare anche un solo caso analogo avvenuto nel passato (esempio di un detenuto indiano rispedito in patria dall’Italia) per far scattare il principio della reciprocità. E chissà che pur di vedere i due marò in manette, gli indiani alla fine non ce li riconsegnino, cogliendo oltretutto l’occasione per chiudere dignitosamente un caso che anche per loro si è trasformato in un complicatissimo pasticcio.
carlo.bollino@gazzettamezzogiorno.it

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