Domenica 24 Marzo 2019 | 11:42

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Sì a un nuovo governo no a un qualsiasi programma

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO
Fate presto. Il coro è unanime. Fate presto per dare un governo allo Stivale. Sì, ma per fare cosa? Finora i mercati e le agenzie di rating non hanno mortificato lo stato di non governo che dura ormai da dicembre, dal giorno delle dimissioni di Mario Monti. In questi giorni lo spread è risalito (di poco), ma più per la tragedia cipriota che per l’incertezza italiota. Certo, se l’attesa del nuovo esecutivo dovesse protrarsi ancora, qualche scossone potrebbe arrivare. Ma potrebbe verificarsi qualcosa di peggio se i governanti prossimi venturi dovessero scambiare la causa della crisi economica con la soluzione della medesima. Il che, in parte, si è verificato con le misure anti-recessione degli ultimi anni. 

Già il drammatico pasticciaccio di Cipro non costituisce un’iniezione di fiducia, e la fiducia - si sa - sta all’economia come la benzina sta all’auto. Senza propellente, nessuna vettura può fare molta strada, nemmeno se per spingerla si assumessero dieci gladiatori. Servirebbero messaggi meno pessimistici, anche perché l’Italia non è il Burundi, e le vicende della crisi finanziaria Usa stanno a testimoniare come banche, compagnie e istituti dichiarati quasi falliti si siano ripresi come Pietro Mennea (1952-2013) nella leggendaria finale dei 200 metri a Mosca (1980). A conferma che la portata della crisi 2008 era stata ingigantita parecchio nelle analisi di esperti e visionari. Invece, complici gli interventi draconiani di Cipro, l’inconsciente tam tam italico ipotizza, anche da noi, confische di risparmi e prelievi forzosi dai depositi in banca. Una prospettiva, degna di un’economia appena uscita da una distruzione bellica, che terrorizza molti risparmiatori e rappresenta un incentivo irresistibile per la fuga di capitali in lidi meno procellosi. Il che complica (eufemismo) ogni progetto di risanamento. Un circolo perverso.

Domanda. Cosa farebbe il nuovo governo (se fosse possibile formarne uno)? Aumenterebbe vieppiù la spesa pubblica, quasi che quest’ultima fosse più innocente di un neonato nell’opera di demolizione dell’Italia del miracolo economico, o accetterebbe di tagliare la pletora di spese inutili e dannose? A leggere i canovacci di questi giorni sui piani di contenimento delle uscite pubbliche, si direbbe che il grosso del problema consista negli stipendi da nababbi di deputati e senatori. Infatti, sulla scia di questa linea, i presidenti di Senato e Camera hanno dimidiato le loro indennità. Ma davvero si può ritenere di frenare il debito pubblico riducendo la paga di un migliaio di eletti? Oddio, i privilegi della nomenklatura italiana, in certi casi, sono più scandalosi di un film di Ilona Staller. Ma non provengono da quelle voci i miliardi di euro che hanno reso la Penisola la terra più indebitata d’Europa. Provengono dalla miriade di enti e sotto-enti più spreconi e incontrollabili di cento sceicchi in Costa Smeralda. Che s’intende fare per interrompere questo festival di incoscienza finanziaria? Boh. I grillini, che pure sparano senza pietà sul quartiere generale della Casta, non dicono nulla sui fiumi di spesa delle mini-caste e micro-burocrazie, quasi che solo le alte gerarchie partecipino al bunga bunga della dissipazione finanziaria statale. Anzi, l’unico collante che sembra unire formazioni in continuo conflitto tra loro è la condanna della ricchezza privata, come se bastasse togliere qualcosa ai ricchi per risolvere il problema della povertà e far ripartire il treno della crescita. La storia ha purtroppo dimostrato che la demonizzazione della ricchezza non si traduce quasi mai nella soppressione della povertà. Anche perché la ricchezza (precondizione di un investimento), il più delle volte, non è rendita parassitaria, semmai risparmio accumulato. E finora nessuno ha mai potuto assistere all’exploit di una nazione in presenza di politiche contrarie al risparmio. È una legge che vale per gli Stati, ma anche per le famiglie e le imprese.

Se - vedi il caso Cipro - non si fossero indebitati come tossicodipendenti a caccia di droga, oggi alcuni governi non si ritroverebbero nella triste situazione di non poter ricorrere a dosi di liquidità per rianimare le economie, dal momento che i loro creditori hanno deciso di imporre loro la linea dell’esproprio dei soldi depositati nelle banche. Morale. C’è poco da elucubrare sulle terapie anti-crisi. Gli Stati come l’Italia possono agire in mille modi, a patto però di non trascurare due premesse fondamentali: i tagli alle spese inutili (che, nel migliore dei casi, servono a foraggiare un’imprenditoria corriva e tariffaria) e gli stimoli al risparmio. Se, viceversa, si dovesse continuare nell’andazzo di cui sopra, non solo non dovremmo esultare per il battesimo di nuovi esecutivi, ma dovremmo, paradossalmente, augurarci una lunga fase di non governo, che risulterebbe il male minore.

Gli stimoli al risparmio si possono realizzare riducendo le tasse e non colpendo i quattrini depositati in banca. In caso contrario, neppure San Francesco riuscirebbe a miracolare il Belpaese, irrimediabilmente destinato alla più infelice delle decrescite.

Giuseppe De Tomaso



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