Martedì 26 Marzo 2019 | 02:50

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Dal Sudamerica per curare la malattia dell’Europa

di Giuseppe De Tomaso
di Giuseppe De Tomaso 

Sarà il tempo a stabilire come sarà il pontificato di papa Francesco. Ma i primi atti del suo magistero autorizzano a pensare che non sarà un pontificato di transizione, bensì di svolta. La scelta del nome «Francesco» è indicativa, per certi versi ambiziosa e rivoluzionaria nello stesso tempo. Anche se nelle sue vene scorre sangue piemontese, il nuovo papa non è figlio di quell’Europa malata che, secondo il suo predecessore Joseph Ratzinger, odia se stessa e balbetta contro la «dittatura del relativismo». Bergoglio è figlio di quell’America latina, la cui religiosità, festosa e contagiosa, costituisce la spia di una condizione della cristianità più felice di quella europea.

Non sappiamo quali siano state le motivazioni geopolitiche (diciamo così) che hanno indotto i cardinali a offrire la guida della Chiesa all’uomo che già otto anni addietro fu l’alternativa a Ratzinger nel conclave successivo alla morte di Karol Wojtyla (1920-2005). Pensiamo solo che, se davvero l’Europa è la Grande Malata della cristianità, sarebbe risultato alquanto paradossale che il «paziente» fosse stato chiamato a curare la propria «malattia». Si deve a questa riflessione da parte dei 115 Grandi Elettori, forse, il mancato successo dei candidati più gettonati negli ultimi giorni, dall’arcivescovo di Milano all’arcivescovo di Vienna. 

I cardinali, la cui divisione in conservatori e progressisti, appare sempre più sfumata, erano di fronte a più di un bivio: scegliere tra un uomo di curia e un pastore di anime, scegliere tra la continuità europea e la discontinuità extraeuropea.

Le soluzioni più radicali, anche in termini anagrafici, conducevano a Boston, il cui cardinale O’Malley (62 anni), francescano con i sandali, aveva dato buona prova di sè, non soltanto nell’opera di pulizia dopo gli scandali sessuali; oppure portavano a Manila, il cui cardinale Tagle (55 anni) aveva acquisito una popolarità e un prestigio anche al di là dei confini filippini. Con Bergoglio ha prevalso la linea extra-europea, il riconoscimento a un uomo di Chiesa lontano dalle tentazioni curiali e da quella cultura della resa che fa strada quando il carrierismo autoreferenziale prevale sul missionarismo disinteressato.

Bergoglio passa per progressista, così come Ratzinger passava per conservatore. Se già in politica, le due categorie appaiono più datate di due mobili corrosi dai tarli, nella Chiesa le due classificazioni spesso servono per i titoli sui giornali, non più per un’analisi rigorosa e veritiera. Lo stesso Ratzinger ha smentito le articolesse diffuse prima e dopo la sua ascesa al soglio di Pietro. Se sul piano dottrinario gli si poteva cucire addosso il termine «conservatore», sul piano sociale, invece, le sue encicliche avrebbero potuto essere definite «progressiste». Infatti. Un conto è ragionare da cardinale, un conto è agire da papa.

Le biografie di Bergoglio narrano di un uomo vicino ai più deboli e ai più poveri, di un uomo smanioso di vivere tra il suo popolo e per il suo popolo, di un gesuita votato a seguire la lezione di Francesco d’Assisi. Il che ha rafforzato la sua immagine di porporato «progressista», avvalorata anche dal breve testa-a-testa con il «conservatore» Ratzinger nel Conclave di otto anni addietro. Ma ora la grande sfida, per il nuovo papa, sarà sui temi-chiave della modernità: il rapporto con le altre religioni, il relativismo etico, il rapporto tra clero e potere, la richiesta di nuovi diritti, la crisi delle vocazioni, gli scandali di tipo finanziario (Ior) eccetera.

Non sarà facile tenere assieme la Chiesa. Il relativismo etico che tende a sfociare nell’indifferentismo morale assoluto è il morbo, penetrato anche tra i religiosi, che ha costretto Benedetto XVI a scendere dal trono di Pietro. Il relativismo etico, cioè la paganizzazione dell’Europa, è il tema cruciale che dovrà affrontare papa Francesco. Fatto sorprendente: lo Spirito Santo ha voluto che fosse un sudamericano a cercare di guarire l’Europa dal suo male oscuro, i cui effetti sono sempre più chiari.

È questa la grande novità, la sfida avvincente prodotta dal Conclave di ieri sera. La Chiesa è abituata da secoli a spiazzare tutti e tutto. Lo ha fatto anche stavolta con Bergoglio, non a caso ignorato da tutti i vaticanisti nelle incredibili previsioni sul toto-papa. Lo aveva fatto con Wojtyla, la cui elezione sorprese tutti, ma fu quella che cambiò il destino del mondo intero.

Alla Chiesa serviva una guida poliedrica: persona di fede, conduttore di anime, studioso della dottrina, uomo di governo. Bergoglio sembra incarnare tutte queste caratteristiche. Lo testimonia la sua storia, in una terra di frontiera e di mille contraddizioni com’è l’Argentina. Lo dimostra anche il suo esordio, innovativo nelle forme e intriso di spiritualità nella sostanza.

Non sarà facile il suo compito. Ma Bergoglio sembra aver chiaro l’obiettivo. Sa che l’attenzione del mondo sarà raddoppiata nei suoi confronti, sa che di fronte a sé ha due partite globali: tentare di salvare il Vecchio Continente dalla decadenza religiosa e spingere il cristianesimo negli altri continenti (Asia, America e Africa) a rispettare vieppiù il precetto fondamentale della crescita umana: solo dove c’è fede c’è libertà.

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